Recensione su C’era una volta a... Hollywood

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Tra i peggiori di Tarantino / 22 Settembre 2019 in C’era una volta a... Hollywood

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sono andato a vedere questo film con aspettative non molto alte perchè avevo captato che sarebbe potuto essere un flop e avevo dei pregiudizi, in particolare su brd pitt (che non amo molto e in questo film, dai trailer, sembrava dare il peggio di se in quanto ad antipatia). La coppia Di Caprio- Brad Pitt mi faceva storcere il naso, troppo simili, mi dava l’idea di 2 personaggi rivali che si temono a vicenda e si leccano il c**o e che questo sarebbe emerso anche nel film. Il pregiudizio è stato clamorosamente confermato, Pitt è super odioso, peggio di quanto immaginassi, ma fortunatamente il personaggio di Di Caprio non è stato condizionato dalla sua presenza, anzi è lui a salvare il film, mentre il collega è per me colui che lo affossa. In questo film Brad Pitt è il tipico personaggio eccessivamente sicuro di sè, calmo, pacato, non trasmette mai emozioni di paura, sempre tranquillo, anche quando è in pericolo, questa è una cosa che odio, mi ricorda i bambini di moonrise kingdom, super apatici.Pare un super uomo, anzi un robot, paura di nessuno, nessuno lo puo battere, addirittura riesce ad umiliare Bruce Lee. Un altro difetto di questo film è l’inutilità di Sharon Tate, il suo personaggio poteva tranquillamente apparire molto meno e non sarebbe cambiato niente, sembra un sottoepisodio scollegato dalla trama. Sono rimasto molto deluso dall’epilogo non fedele alla realtà anche se mi ha divertito abbastanza, soprattutto la scena del lanciafiamme. Ho apprezzato tantissimo la parentesi italiana di Di Caprio che ha recitato in spaghetti western e in una sorta di italian job. Sicuramente molto inferiore ad altri capolavori di Tarantino (kill bill, le iene, hateful 8, pulp fiction) è comunque un buon film che mi ha intrattenuto e divertito.

1 commento

  1. Stefania / 22 Settembre 2019

    Uhm, in realtà, però, la Tate è fondamentale. L’assunto del film è che il pubblico conosce a sufficienza la sua storia e che non è necessario raccontarla di nuovo: fa già tanto male al cuore così, immaginarla viva e bella per sempre. Il film si concentra su Dalton e Booth, perché non tutti, invece, hanno ben chiaro cosa fosse Hollywood in quel periodo ed è di questo che Tarantino vuole parlare. Così, il regista fornisce la sua visione del contesto, mediato dal ricordo personale e dall’estetica e dai contenuti di alcuni film girati all’epoca. Tarantino non vuole fare un film documentario, vuole ricreare un’atmosfera, quindi è inutile, in questo caso, restare fedele alla realtà: ci sta che il finale non sia fedele. Quello del film è un racconto ucronico: è una pratica divertente, in questo caso al limite del fandom, ma pur sempre stimolante (hai presente il romanzo La svastica sul sole di Philip K. Dick e la serie tv che ne è tratta, The Man In The High Castle?).

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