Recensione su C’era una volta a... Hollywood

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Sixties Forever / 26 Dicembre 2019 in C’era una volta a... Hollywood

Dopo il mezzo passo falso di Hateful Eight, Tarantino torna a risplendere con questo film. Non siamo ai livelli magici di Le iene, Pulp Fiction o Kill Bill 1, ma Once Upon a Time mi è parso un film più maturo di Django e persino di Inglourious Basterds (che si becca qui una citazione forse autoironica), e più arioso e divertente di Jackie Brown.

Once Upon a Time è prima di tutto uno studio di due caratteri opposti: quello di Rick Dalton – Leonardo DiCaprio e quello di Cliff Booth – Brad Pitt. Rick è dedito all’autocommiserazione; ha scatti nervosi; balbetta; si esalta per il complimento di una ragazzina. È un uomo-bambino, un immaturo – ma non per questo un uomo cattivo, anzi. A Brad Pitt tocca invece – come nel quasi contemporaneo Ad Astra – incarnare un ideale virile d’altri tempi. Cliff non si fa distogliere dalle lusinghe di una bella autostoppista, anche se lo attende il più umile dei compiti. Non fa sesso con le minorenni. Affronta un chiaro pericolo per accertarsi della sorte di un amico, e ne esce a testa alta. Si batte nel finale contro nemici feroci (con l’aiuto di un amico fedele). Cliff non si lagna della sorte, che ha premiato Rick e costretto lui a una vita di povertà. Ma non è un concentrato di virtù, non è l’uomo che faresti sposare a tua figlia (visto anche – ehm – un certo suo precedente). E nonostante l’opposta polarità dei personaggi, è un buon amico di Rick. Non c’è nulla di facile o schematico in questa contrapposizione.

Il film dura due ore e quaranta minuti, ma i momenti di stanca sono pochissimi – mi viene in mente solo il dialogo di Rick con l’attrice bambina. Si ride di frequente, per esempio nella scena esilarante dello scontro tra Cliff e Bruce Lee (che a Tarantino deve stare discretamente antipatico). La Sharon Tate di Margot Robbie è forse troppo eterea, troppo luminosa – ma è una precisa scelta del regista, e la rispetto. Al di fuori dei due protagonisti si fa notare Margaret Qualley (Pussycat), che unisce alla bellezza (che rivaleggia ormai con quella della famosa mamma) movenze da ballerina e una stranezza inquietante.

Tarantino dispiega la consueta panoplia di trovate e invenzioni formali. Cito alla rinfusa: il modo in cui la canzone Mrs Robinson si interrompe all’improvviso al cambiamento di scena; lo scenario che scorre rivelando l’auto dei protagonisti; il dialogo silenzioso tra Cliff e Pussycat; la scena interrotta di Cliff in barca con la moglie, che ci lascia incerti su cosa sia veramente accaduto; i salti nel dialogo con James Stacy; la musica dell’episodio tv in sottofondo che fa da ominosa colonna sonora mentre Cliff esplora la casa di George Spahn. In plastico rilievo la nota passione di Tarantino per i piedi femminili.

Il finale non è solo la solita, catartica esplosione di violenza tarantiniana. È anche, esattamente come in Basterds, un modo di riscrivere la storia, un omaggio commovente a quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Quest’anno, per combinazione, è andata in onda una serie tv, For All Mankind, che nulla ha in comune con Once Upon a Time, salvo una cosa: anch’essa riscrive la storia del 1969. Nel 1969 di queste storie alternative ci sono ancora un allunaggio e un massacro di Bel Air; ma non sono andati precisamente come nella nostra linea temporale. E ciò che è morto o avvizzito prematuramente in quell’anno, le promesse e i sogni del decennio precedente, può idealmente rivivere e portare frutto. In queste fantasie ucroniche gli anni Sessanta non sono mai finiti.

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