Recensione su C’era una volta a... Hollywood

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Favole e rimpianti / 19 Settembre 2019 in C’era una volta a... Hollywood

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Che roba… Quello che, in giro, è stato definito il film più maturo di Tarantino, a me è sembrato il meno tarantiniano della sua filmografia. Intendiamoci: in C’era una volta a… Hollywood, c’è tutto e di più di Tarantino. Il suo nono (forse, penultimo) film è un omaggio indiavolato a tutto ciò che gli piace e che l’ha reso quel che è, artisticamente parlando. Qui, Tarantino non si è risparmiato nel mettere in scena una ricostruzione palesemente piena d’amore della Hollywood decadente di fine anni Sessanta. Così, Once Upon A Time In Hollywood è un film ricchissimo di suggestioni e di buone trovate di colore.

C’è una ricostruzione d’ambiente così pregevolmente accurata da essere quasi soffocante. I due protagonisti, l’attore Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e la sua controfigura storica Cliff Booth (Brad Pitt), sono indiscutibilmente solidissimi, supportati dalle ottime interpretazioni dei loro interpreti, super concentrati e ironici, e scalpellati in fase di sceneggiatura in tre dimensioni, con storie pregresse interessanti quanto (se non di più) quella che li vede in azione nel film (ci sono diverse dichiarazioni e interviste di Tarantino sulla questione, in cui spiega come si sia impegnato a rendere credibili Rick e Cliff, quali film, attori e situazioni realmente esistiti siano convenuti nella loro definizione).
Ci sono tanti piedi femminili nudi, sacchi di piedi, vagonate di piedi, invariabilmente zozzetti.
C’è tanta musica, pure troppa.
Ci sono tantissimi attori noti, una marea, perlopiù amici del regista (e, quando non è riuscito ad avere i suoi sodali, Tarantino ne ha chiamato a raccolta i figli, infatti, nel cast, per esempio, compaiono Rumer Willis, figlia di Bruce e Demi Moore, e Maya Hawke, figlia di Uma Thurman e Ethan.
C’è la riscrittura amabilissima, stracciacuore, di un evento terribile. Con la fantasia, esattamente come aveva fatto con Inglorious Basterds e, in qualche maniera, anche con The Hateful Eight, Tarantino ha fornito la sua riscrittura della Storia, tentando di mettere a nanna per 161 minuti la follia e le conseguenze di quegli scampoli di Summer Of Love.

Per quanto il film, nel suo complesso, non mi sia affatto dispiaciuto, C’era una volta a… Hollywood mi è sembrato un ridondante esercizio di stile fine al sollazzo di Quentin, un lavoro in cui, però, mancano i marchi di fabbrica del cinema di Tarantino e che a me non dispiace mai ritrovare, come in una zona di comfort.
La scrittura non morde, non affonda, soprattutto nei dialoghi, che mi sono parsi particolarmente incolori, privi di passaggi caratterizzanti. La musica sembra appoggiata sulle scene, non le fonda, non le puntella. Pur avendo inserito ampi omaggi al cinema, anche a quello italiano, questo film è L.A.-centrico come non sono stati neppure Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown che, pure, con una ispirata discrezione, hanno fatto del contesto suburbano della metropoli californiana uno dei loro elementi più forti: qui, invece, sembra predominare solo l’acceso desiderio di ricreare una precisa atmosfera, dominata da un rimpianto personale. E, allora, giù di maniacale ricostruzione, di surplus di marchi commerciali, di sigle e siglette, stacchetti radiofonici e siparietti tv.
Tarantino-regista, in questo caso, è come Rick Dalton che litiga con se stesso, che parla solo con la sua immagine riflessa nello specchio, minacciandola: “Se lo fai ancora, ti faccio saltare il cervello!”.
Per me, guardare questo film ha significato nuotare in apnea nella testa di Tarantino: ho lasciato che mi portasse dove voleva e mi è piaciuto dove siamo arrivati, mi è piaciuto molto (sul finale, ho sentito anche uno strano magone gonfiarmisi in gola), anche se, tolti alcuni dettagli, non era il viaggio che mi aspettavo di fare.

A freddo, mi rendo conto che C’era una volta a… Hollywood va preso per quel che è: una favola. E, ora, capisco che quel “Once upon a time” non è (solo) un rimando a Leone, ma è la chiave di volta di tutto il film: “C’era una volta, il regno incantato di Hollywood, dove i cowboy sparavano a salve. Qui, viveva una principessa gentile, dai lunghi capelli biondi. Si chiamava Sharon Tate. E questa è la buffa storia di come non morì”.

13 commenti

  1. TraianosLive / 19 Settembre 2019

    @Stefania hai praticamente scritto tutto quello che volevo dire io. Di tutti i i film di Tarantino questo è il meno tarantiniano in assoluto…verissimo. Ci sono veramente pochi elementi che ti possono ricondurre a lui.

    Se si potesse asciugare il film come un brodo sul fuoco basterebbe togliere gli spostamenti in macchina per dimezzarne la durata. Ci sono veramente tanti giri fine a se stessi che non mi spiego.

    Poi per carità il film mi è piaciuto e mi ha intrattenuto…nel finale mi sono entusiasmato da morire perché finalmente è arrivato Quentin in tutto il suo splendore.

    • Stefania / 20 Settembre 2019

      @traianoslive: quando ho intuito che strada stava prendendo il finale, per un attimo ho immaginato l’intervento di Sharon Tate col pancione che prendeva parte alla mattanza dei Bambini <3
      Sulla questione degli spostamenti in macchina, proprio ieri sera ho visto il film L’amante perduta (Model Shop) di Jacques Demy, inserito nella maratona ’69 curata da Tarantino e programmata in questi giorni da Rai Movie: Tarantino ha sempre amato riprendere i suoi personaggi alla guida e, guardando quel film, ora ho capito perché 😉

      • TraianosLive / 20 Settembre 2019

        @Stefania il finale “infuocato” però l’avevo previsto nel preciso momento in cui Cliff Booth va nel capanno degli attrezzi per riparare l’antenna e si vede “l’accendino”. Da quel momento in poi ho solo aspettato che si verificasse ciò che immaginavo. Cmq devo dire che oggi a mente fredda mi sono rimaste solo buone vibrazioni riguardo al film.

        • Stefania / 20 Settembre 2019

          @traianoslive: a proposito del finale [SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER], mi ha fatto ridere di cuore DiCaprio che, uscendo dalla piscina, spaventato a morte ma lucidissimo, si è diretto al capanno zampettando, cioè per me è stato come vedere, che so, Will Coyote che si apposta dietro una roccia.

  2. michidark / 20 Settembre 2019

    Tutto giustissimo. Aggiungo che questo film per me è Tarantino al mille percento. Ho letto in giro che è l’opera meno tarantiniana, ma penso invece lo sia all’ennesima potenza. Forse a cambiare è il registro, molto più comico del solito (pure demenziale). L’unico momento davvero teso si risolve con una sequela di idiozie tra Pitt e Dern. Mentre la parte che dovrebbe essere drammatica sfocia in qualcosa – dici bene – di quasi cartoonesco. Ho apprezzato tante cose del film, tante altre mi hanno fatto storcere il naso. Ma alla fine è Quentin, ti fa divertire per tre ore che volano via. È sempre tanta roba il suo cinema, anche quando il ritmo è inesistente o quasi.

    • Stefania / 20 Settembre 2019

      @michidark: per me, è poco tarantiniano per diversi motivi (vedi, l’uso delle musiche), ma più Tarantino di così non si può 🙂
      Diciamo che, qui, ha potuto sfogare la sua voglia di citazionismo senza dover giustificare cosa ha rubato da questo o quell’altro film/autore.
      Un grosso “difetto” (ma, in questo caso, è un termine improprio) che ravviso in questo film è la sovrabbondanza di elementi denotativi (marchi, sigle, ecc.) investita per ricordare continuamente al pubblico che la storia è ambientata negli anni Sessanta. Robert Venturi, nel suo saggio “Learning from Las Vegas” (1972), dice, fra le varie cose, che l’architettura “ordinaria” include significati denotativi, cioè suggerisce significati precisi grazie ad associazioni di immagini e di esperienze del passato. Non è una definizione denigratoria, eh. Però, in ambito cinematografico, mi pare che si possa adattare anche a questo lavoro di Tarantino. La sua è una ricostruzione d’ambiente finalizzata ad alimentare la nostalgia, ma non ha nessun altro valore particolare (secondo me, beninteso). E questo mi ha un po’ delusa (se di delusione si può parlare, dato che il film mi è piaciuto).

  3. VixLaRox / 20 Settembre 2019

    solo poche parole: UN CAZZO DI LANCIAFIAMME.

    Ottima recensione, mi sono venuti i brividi sulle ultime righe.

  4. paolodelventosoest / 23 Settembre 2019

    Sono d’accordo su tutto! Hai colto perfettamente. Sollazzo personale di Tarantino, tanto colore poca sostanza. Mi sa che abbia già dato il meglio di sè, ora attendo il decimo con un po’ di diffidenza in più. Comunque Pitt e DiCaprio over the top.

    • Stefania / 23 Settembre 2019

      @paolodelventosoest: a proposito di “aver già dato”, non a caso, per quel che vale, finora, la mia terna-Tarantino è così fatta:
      3. Inglorious Basterds
      2. Le iene
      1. Pulp Fiction
      Pitt + DiCaprio = BOOOOOM! (sono davvero dispiaciuta di non aver visto il film in lingua originale, perché sono abbastanza sicura che, stante il buon lavoro dei doppiatori, se li avessi ascoltati in v.o., avrei detto UN C***O DI KABOOOOOM!)

  5. alex10 / 1 Ottobre 2019

    Sono praticamente d’accordo su tutto. Ho avuto modo di riflettere sul fatto che si parli sempre di stile tarantiniano, di quale SUO film lo sia di più, quale di meno etc (fa già ridere di per sé), quando poi in fin dei conti ogni film di Tarantino comunica cose diverse dagli altri. Paradossalmente è uno dei registi che ha fatto film più diversi fra loro. Questo va rivisto più volte, ha qualcosa veramente di triste e bellissimo, ma è difficile dare un voto. Riguardo all’aver dato il meglio, penso che il cinema non sia come il calcio, magari ne farà uno meglio di Pulp Fiction, chi può dirlo. Magari l’undicesimo.

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