Recensione su C’era una volta a... Hollywood

/ 20197.4214 voti

Addio, mia bella Sharon / 29 Settembre 2019 in C’era una volta a... Hollywood

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Potrei anche riassumere la trama di questo film ma sarebbe superfluo. La trama è insignificante.
Se vogliamo proprio mettere un’etichetta è la storia di un attore sul viale del tramonto, ma non è solo questo. E’ la storia delle storie, la storia fatta di intrecci, di inizi, riscritture, tagli, montaggi e conclusioni inconcludenti.
E’ la storia del cancello chiuso della casa di Sharon Tate, un cancello che rimarrà chiuso per sempre senza una ragione precisa nella realtà.
E’ la storia del cinema, di quella Hollywood Babilonia tanto bisfrattata, che si assumeva il compito di coccolare il pubblico, di proteggerlo dalle insidie della realtà.
La Hollywood edulcorata (non a caso la citazione a Walt Disney), fiabesca, la hollywood dei c’era una volta, tanto tempo fa…
Tarantino si prende il compito di descrivere un’epopea, si prende i suoi tempi lunghi e li riempe tutti senza mai stancare lo sguardo del pubblico.
Mentre noi pubblico dovremmo farcela finita con la storia che è il film meno tarantiniano di Quentin perché c’è poco sangue, e per questo svalutare un’opera così preziosa.
Il sangue in Tarantino era l’elemento che negli anni ’90 gli permetteva di attirare il pubblico, era l’elemento distintivo, quello che colpiva, è l’equivalente del colore giallo nei Simpson, serviva solo a non far cambiar canale. La vera cifra stilistica di tarantino è stata sempre la citazione del film dentro il film dentro il film dentro il film, raccontare il vecchio, riproporlo, omaggiarlo, cosa che ho sempre considerato una forza e una debolezza allo stesso tempo. Ma con questo film mi ha stupito, ha abbandonato gli esercizi infantili del suo primo cinema, la divisione in capitoli, la ripetizione, la citazione forzata….qui decide di citare tutto e niente, di iniziare una storia dentro l’altra e dentro l’altra ancora. Confeziona un film che si rifiuta di iniziare e si rifiuta di finire, inizia con una finta serie televisiva e finisce con una finta salvezza, come una fiaba. La realtà è messa da parte per lasciare spazio a una serenata alla sua bella Sharon, il suo grande amore, il suo unico amore…
Vorrebbe che fossero esistiti un Rick Dalton e un Cliff Booth a salvare quella Sharon Tate innamorata del cinema e del suo mestiere, quella Sharon innocente e angelicata, forse troppo idealizzata, troppo melensa in alcuni punti ma comunque valida perché trascende l’umano.
Tarantino ha detto addio al ragazzino entusiasta che sparava pose e frasi epiche tingendole di rosso per avviarsi verso la sua piena maturità artistica. Abbandona i fumetti e i cartonati e finalmente ci mette il cuore nel suo film andando a fondo per una volta invece che restare in superficie.
Lo capiremo tra cent’anni.

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