Recensione su Olympia - Fest der Völker

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Olympia – parte prima (Festa dei popoli) / 8 Ottobre 2016 in Olympia - Fest der Völker

Dopo aver diretto due film sui raduni di Norimberga (quello del 1933, La vittoria della fede, e quello del 1934, Il trionfo della volontà) e uno sulla Wehrmacht (Il giorno della libertà, del 1935) Leni Riefenstahl collabora ancora una volta con il regime nazista con una pellicola dedicata ai Giochi olimpici di Berlino del 1936, passati alla storia proprio per essersi tenuti sotto gli occhi del führer. Ma sono anche i giochi di Jesse Owens, il velocista americano di colore che smontò sul campo, proprio davanti ai nazisti, la tesi della presunta superiorità della razza ariana.
Nonostante quanto si affermi comunemente, Olympia è il meno propagandistico dei film “nazisti” della Riefenstahl: indicativo il fatto che si possa assistere ad espressioni di disappunto del führer per alcune sconfitte tedesche (quella nella staffetta 4×100, ad esempio) che in un film di pura propaganda sarebbero ovviamente inaccettabili.
La volontà del regime nazista era quella di far sì che questo evento fosse un’occasione per celebrare la rinascita della Germania, mostrando il respiro internazionale e le ambizioni di grandezza del Paese.

La parte iniziale – in cui la Riefenstahl celebra la fusione tra tradizione classica e evento moderno, con l’espediente delle riprese girate in Grecia – è quella più artistica ma anche la più ampollosa dell’intera pellicola.
L’aggancio tra antichità e attualità avviene con la suggestiva trasformazione (mediante sovrimpressione) di statue elleniche in atleti in carne e ossa, con qualche audace, almeno per l’epoca, scena di nudo (tra le danzatrici c’è anche la stessa regista). I tedofori attraversano quindi l’Europa balcanica e centrale giungendo in Germania, dove si compie la cerimonia di apertura, con tanto di sfilata degli atleti e accensione del braciere. Per molte delle idee che ancora oggi vengono utilizzate per l’evento inaugurale, il movimento olimpico deve ringraziare proprio la Riefenstahl.
Fa di certo impressione osservare i francesi che, durante la sfilata degli atleti, fanno il saluto nazista a Hitler (pare su indicazione del loro premier Blum, che voleva almeno in quell’aspetto essere conciliante col führer); desta sicuramente meno sorpresa vedere i componenti della spedizione italiana in fez e divisa, come tante piccole copie del duce.
Il vero colpo di teatro è il successivo momento dell’accensione del braciere, secondo un rituale che ancora oggi mostra la sua estrema modernità, per stile di riprese e movimenti (innegabilmente emozionante la scena in cui l’ultimo tedoforo entra nello stadio, si ferma, alza trionfalmente la torcia e scende poi i gradini, con la macchina da presa che lo segue prima da davanti, poi da dietro, quindi da lontano con un meraviglioso campo lunghissimo, infine con alcune panoramiche).
I commentatori, nelle principali lingue (italiano, francese, inglese, giapponese, portoghese, spagnolo e ovviamente tedesco), danno notizia dell’inizio dei giochi, aperti dal führer in persona.
Tutta la prima parte è dedicata alle gare di atletica leggera, quelle che si tengono all’interno dello Stadio olimpico e che rappresentano gli sport più tradizionali dei Giochi, quelli che già si tenevano nell’antichità: lancio del disco, del giavellotto, del martello; corsa con e senza ostacoli; staffette; salto triplo, in lungo e con l’asta.
È sicuramente anacronistico vedere dei buchi nella pista al posto dei blocchi di partenza, o il salto in alto eseguito con la tecnica a forbice (Fosbury arriverà nel 1968) o ancora il getto del peso senza movimento centrifugo (l’incitamento del führer, sottolineato dal montaggio con alcuni fotogrammi prima del lancio decisivo, sembrerà determinante per la vittoria dell’atleta tedesco). O l’assenza di materasso per il salto in alto e con l’asta, con gli atleti che devono fare il possibile per non rompersi le caviglie (o altro) ricadendo sull’insufficientemente soffice superficie di sabbia.
Chiude la prima parte la gara regina delle olimpiadi, la maratona. È il momento – almeno tra quelli delle competizioni – in cui la Riefenstahl più si lascia andare dal punto di vista artistico-stilistico, con alcune suggestive riprese che mostrano le ombre degli atleti o alcune pseudo-soggettive davvero interessanti (alcune delle quali, tuttavia, necessariamente girate durante gli allenamenti – ma montate durante la gara).
Nel finale si assiste ad una nuova sfilata, questa volta notturna, chiusa da una splendida carrellata indietro in campo lunghissimo dello stadio, che si allontana avvolto dalle tenebre incipienti, mentre sventola in sovrimpressione, nella parte superiore, la bandiera olimpica.

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