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Recensione su Oldboy

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2 marzo 2014

Il linguaggio cinematografico usato da Spike Lee in questo remake di Oldboy è distante anni luce da quello utilizzato da Park Chan-wook nel suo capolavoro. Anche volendo seguire le traiettorie disegnate in questa pellicola, non potremmo che perderci in esse, perché non portano da nessuna parte.
Tutto è lasciato al caso, anche la variabile umana, perno sul quale ruota e si sviluppa l’intera storia.
Spike Lee parla, appunto, un’altra lingua, così come i suoi protagonisti, che pur restando degli ottimi interpreti ( così come Spike Lee è un grande regista ), sembrano inerti pedine di una scacchiera che ha perso in partenza il suo re e la sua regina.
Anche volendolo discostare dall’originale, il travaglio esistenziale è qui rappresentato nella sua forma meno angustia, meno viscerale, a tal punto che sentimenti come pentimento, vendetta, e redenzione, non sembrano che maschere allegoriche, indossate al momento per essere funzionali alla storia.

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