Recensione su Okja

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Mezza favola / 3 Luglio 2017 in Okja

Dopo il disaster movie Snowpiercer, Bong Joon Ho continua a immaginare contesti distopici in cui l’azione dell’uomo ha effetti indelebili sull’intorno.
Se nel film del 2013 il regista sudcoreano immaginava una microsocietà basata su una suddivisione in classi di medievale memoria applicata a un contesto asfittico come quello di un treno, metafora di un mondo che, in proporzione alla sua popolazione, è sempre più limitato nelle risorse e negli spazi, comandato da un’oligarchia autoproclamatasi, con Okja egli affronta ancora l’argomento del sovrappopolamento, concentrando il discorso sul tema dell’alimentazione e fornendo una plausibile rappresentazione degli allevamenti intensivi, intesi come veri e propri campi di concentramento per animali.

Il risultato, a mio parere, è incerto tanto quanto quello del film precedente. Giungo quindi alla conclusione che i suoi lavori in lingua inglese, supportati da grossi finanziamenti come, in questo caso, quelli di Netflix, mi paiono molto meno compiuti e convincenti di quelli degli esordi (mi riferisco a The Host e Mother. Memories of Murder non l’ho ancora visto).
In particolare, a questo lavoro di Bong Joon Ho rimprovero la conclusione raffazzonata e la sovrabbondanza di personaggi che, in più occasioni, dimostrano di avere grandi potenzialità narrative, ma che, a conti fatti, non hanno alcun peso nell’economia della vicenda. Per esempio, penso al personaggio interpretato da Giancarlo Esposito e a un paio degli attivisti del Fronte di Liberazione Animale (Lily Collins troneggia). Perfino l’etologo (?) pazzo di Gyllenhaal (non certo alla sua prova migliore) è quasi superfluo. Eppure, ciascuno di essi “occupa” minuti preziosi del film, promettendo intriganti risoluzioni narrative, per poi risolversi in puro sfondo.

Di interessante resta la critica a una società dei consumi basata sull’abuso massiccio nei confronti di talune forme di vita, violate in molte forme e sottoposte all’ingrasso e alla manipolazione fisica solo per soddisfare i bisogni incontrollati di altri organismi.
Si badi bene: Okja è una mezza favola animalista (e ambientalista) solo perché ha come co-protagonista un animale considerato alla stregua di un amico o di un parente, non è un film pro-astinenza dalle carni “a prescindere”. La giovane Mija e suo nonno si nutrono di pesci e allevano galline che finiscono in pentola. Però, il loro è un consumo eticamente sostenibile, favorito ovviamente da condizioni ambientali favorevoli.
Il messaggio, perciò, è degno di attenzione, poiché si pone come riflessivo se non propositivo nell’ambito del dibattito sullo sfruttamento delle risorse naturali.

Per il resto, cinematograficamente parlando ed escluse alcune belle sequenze d’azione (l’inseguimento tra camion è adrenalinico e davvero divertente), mi è parso un film alquanto banale e nulla, per risollevarlo, hanno potuto le metamorfosi fumettistiche di Tilda Swinton e le “solite” ambiguità affidate a Paul Dano.

3 commenti

  1. paolodelventosoest / 12 Luglio 2017

    L’ho visto anch’io ieri sera, davvero bizzarro, un Belle & Sebastien con supermaiale 😀 La tematica animalista tiene banco e alla lunga un po’ appesantisce. Sono d’accordo sulla inutilità di alcuni personaggi come quello di Gyllenhaal; fare la marionetta stile anime non è proprio il suo mestiere

    • Stefania / 12 Luglio 2017

      @paolodelventosoest: durante il film, ero un po’ in imbarazzo per lui. Una o due sere dopo, ironia della sorte, ho recuperato Enemy di Villeneuve e, se possibile, la cosa mi è sembrata ancora più evidente.

      • paolodelventosoest / 12 Luglio 2017

        Questa secondo me è la riprova che la versatilità non è un valore assoluto. I grandi attori restano grandi nel loro perimetro d’azione, salvo qualche eccezione che conferma la regola.

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