Recensione su Il luogo delle ombre

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4 dicembre 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Nonostante Dean Koontz abbia scritto numerosi best-seller e che molti di questi presentano uno stile cinematografico tale da facilitarne teoricamente l’adattamento sul grande schermo, non sono molte le trasposizioni tratte dalle sue opere e quasi nessuna di esse può dirsi perfettamente riuscita. Il luogo delle ombre, tratto dal primo romanzo di una serie di sei, quasi tutti inediti in Italia, incentrati sul protagonista Odd Thomas, non fa eccezione a questa regola malgrado il materiale d’origine sia tutt’altro che disprezzabile.
Odd Thomas è un ragazzo che fin da quando era bambino ha il dono di “vedere la gente morta” e molti di essi gli si rivolgono per ottenere giustizia e poter quindi “andare oltre”. Odd ha inoltre la capacità di vedere degli esseri d’ombra, da lui chiamati bodach, che compaiono in corrispondenza di eventi violenti e tragedie su larga scala, come se si nutrissero del dolore delle vittime. La storia, che si svolge tutta nell’arco di due giorni, prende avvio quando un numero inusitatamente alto di Bodach iniziano a circolare per le strade della cittadina, segno che qualcosa di terribile sta per accadere.
Il romanzo si sviluppa come un procedural dal ritmo serrato dove, però, i colpi di scena e le rivelazioni sono veicolati, più che dagli indizi, dalle “intuizioni” del protagonista, dotato di quello che lui chiama “magnetismo psichico” che lo guida dove è necessario che vada, espediente che funziona a meraviglia sulle pagine del libro, un po’ meno sullo schermo. Anche il continuo giocare sulla confusione che le persone che Odd vede siano vive o morte, determinate nelle scene finali, non riesce in modo altrettanto efficace come nel romanzo. Mentre quest’ultimo poi era la consueta e ben dosata mescolanza di generi (horror, commedia, dramma, thriller sovrannaturale, in questo caso) cui Koontz ci aveva abituati nel corso della sua lunga e prolifica carriera, la pellicola risulta invece squilibrata nelle varie componenti. L’action e la comedy prendono spesso il sopravvento e gli effetti speciali in CGI appaiono eccessivamente invasivi, facendo così naufragare l’atmosfera di pericolo incombente che avrebbe dovuto pervadere il racconto.
La natura dei bodach sullo schermo è chiaramente demoniaca, mentre nel libro Odd stesso propone un’altra spiegazione, forse più spaventosa, e cioè che siano viaggiatori di un lontano futuro che visitano il passato sotto forma di ombre per assistere alle più grandi tragedie e ai più efferati delitti della storia, come morbosi voyeur del macabro, evoluzione estrema della nostra società video-dipendente.
Il film infine, preoccupato di non dare tregua all’azione, non ha tempo per approfondire il background del protagonista, il suo rapporto problematico con i genitori (nel film il padre è solo citato e la madre, importante nell’economia della storia, liquidata in un flashback). Soprattutto non riesce a rendere, se non in modo superficiale, la particolare relazione con la fidanzata Stormy, personaggio cardine protagonista della parte più profonda e interessante del romanzo, quella che porterà al commovente finale, purtroppo sullo schermo poco incisivo, proprio perché mancante di quelle sfumature che solo chi ha letto il libro può apprezzare.
In un cameo appaiono Patton Oswalt, giusto per ricordarci Ozzie, uno dei personaggi più interessanti del romanzo, Arnold Vosloo, che col regista aveva girato la saga sulla mummia, e Ashley Sommers, la figlia del regista.
A interpretare il protagonista c’è lo sfortunato Anton Yelchin, morto in un assurdo incidente a soli 27 anni.

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