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Recensione su Nymphomaniac: Volume II

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6 giugno 2015

(Ho visto il film nel Director’s Cut; qui di seguito ne parlo come di un unico film, senza distinguere tra le due parti.)

Verso la fine del film, von Trier cerca di interpretare (con qualche contraddizione) le inclinazioni della protagonista come una sfida alla società e alle distinzioni di genere; in questo senso si esprime anche Joe alla fine delle sedute del gruppo di appoggio. Ma non c’è nulla di veramente eversivo nella vicenda; la «ninfomania» viene vissuta dalla protagonista sotto forma di compulsione, in cui non c’è gioia né esuberanza né orgoglio, come l’impassibile interpretazione di Stacy Martin (più di quella accorata della Gainsbourg) si incarica di chiarirci. Medicalizzare un comportamento è del resto il modo più sicuro per disinnescarne ogni elemento di possibile sfida alla cultura tradizionale.

L’impressione di una certa banalizzazione si fa maggiore con lo scorrere dei vari episodi: dall’innamoramento assai convenzionale per Jerôme alla malattia del padre di Joe, in cui von Trier spinge sul pedale di un facile patetismo; dalla ricerca spasmodica della soddisfazione che porta Joe al masochismo, all’episodio dell’aborto, in cui il regista sembra strizzare l’occhio ai prolife (non so quanto sinceramente). Forse per compenso, l’episodio finale di P. brilla per la totale gratuità e mancanza di credibilità.

Von Trier non sembra nutrire particolare simpatia per i suoi protagonisti: nell’episodio della psicologa del consultorio Joe appare in preda a un ribellismo autolesionista di rara idiozia; il pomposo Seligman è insopportabile e, nel grottesco finale, sembra dire di avere scherzato tutto il tempo.

Un film fallito, che lascia il sospetto d’essere solo un pretesto per titillare l’attenzione del pubblico con una spolverata di sesso.

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