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Recensione su Nuraghes. S'arena

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La cultura nuragica diventa intrigante materia cinematografica / 20 marzo 2017 in Nuraghes. S'arena

Per quanto ricca, evocativa e fascinosa, la cultura nuragica sarda è un territorio narrativamente vergine, poco battuto dalla letteratura contemporanea e assente dal panorama cinematografico.
Postumo, nel 1996, veniva dato alle stampe l’impagabile canto in forma mnemonico-orale Passavamo sulla terra leggeri del compianto Sergio Atzeni, accompagnamento ritmico, verbale, di una danza rapsodica che celebrava la in-credibile levità di un mondo cronologicamente lontanissimo, elegantemente arcaico nelle forme e innocente e crudele nello spirito, fatto di pietra, stelle e sangue, pervaso da una forza viscerale proveniente dalla materia dell’isola, coacervo di boschi, rocce e uomini (prima che di mare, anche se il mare ne stabilisce l’unicità), un luogo dotato di un’anima (libera) e di un incanto (struggente).

Un forte richiamo a quella ipnotica e dolorosa bellezza è presente nelle scelte estetiche del cortometraggio Nuraghes. S’arena del giovane Mauro Aragoni (in opposizione alla “leggerezza” di Atzeni, poi, c’è la voluta “pesantezza” dei giganti, ma questo è un altro discorso: è, comunque, un buon gioco di evocativi equilibri).
Dopo il western (Quella sporca sacca nera) e l’horror (Born from Blood, Una stranissima giornata), il filmaker ogliastrino batte un terzo genere, il fantasy, ma lo fa in maniera anomala.
La materia scelta, infatti, è parte integrante della cultura sarda: il confine tra i suoi elementi costituenti, provenienti da contesti diversi (storia, sogno e leggenda), è labile per definizione e rende volutamente incerti i limiti del filone cinematografico di appartenenza.
Essenzialmente, Nuraghes è un cortometraggio d’azione con inserti fantastici e qualche calcolata sbavatura gore (davvero buono il lavoro ai vfx e al trucco), dove prevalgono ben orchestrate scene di combattimento e una commossa rappresentazione dell’incredibile scenario naturale dei monti della Barbagia.

Oltre ad attingere ai fantasy action degli anni Ottanta (Conan di Milius su tutti, e via a discendere), i principali riferimenti cinematografici di Aragoni potrebbero essere Valhalla Rising (non credo sia un caso, quindi, che, nel cast, sia presente McClelland, uno degli stuntman del film di Refn) e Mad Max di Miller: dell’uno, soprattutto nella sequenza introduttiva, riprende le imponderabili e totemiche atmosfere liminali e oniriche; dell’altro, oltre a qualche richiamo estetico, richiama l’incedere sistematico, silenzioso ma impregnato di vendetta e ossessione, che guida il protagonista.
Complici alcuni dettagli (vedi, per esempio, l’uso degli “scatti” e le coreografie di lotta, ben estetizzate), credo non manchi anche un certo compiaciuto riferimento a ZacK Snyder (300 su tutti).
Molto bella la fotografia, che gioca tra colori terrosi (ancora Miller) e lividi (ancora Refn), decisamente validi e originali i costumi, buono il montaggio, un po’ troppo “invadenti” le musiche.

A parer mio, una grossa pecca del corto sta nell’incertezza narrativa complessiva: il racconto è affidato pressoché esclusivamente a suggestioni, a indizi supportati da frasi evocative abbastanza fini a sé stesse che, se pure intendono sottolineare l’afflato epico della vicenda, hanno scarsa rilevanza. L’epilogo, pur costruito con efficacia, sembra slegato dal resto del racconto: i giganti sono sì i “padroni” di quelle terre, ma qual è il loro peso nell’economia della storia?
C’è da credere (e sperare) che questo sia solo l’incipit di un racconto più ampio, magari organizzato in altri ugualmente brevi ma intensi capitoli, se non in un intero lungometraggio.
Bravo Aragoni.

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