Recensione su Nuovomondo

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Fiumi di latte con un tocco di realismo e un pizzico di Fellini / 10 Maggio 2016 in Nuovomondo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un film chiaramente costruito per puntare all’oscar per il miglior film straniero, a cominciare dal soggetto, che strizza l’occhio agli italo-americani desiderosi di riscoprire le proprie origini e di conoscere le condizioni in cui i loro avi raggiunsero quella che oggi è la loro terra (ed infatti Martin Scorsese si fece ambasciatore del film per il mercato statunitense). Ma soprattutto per lo stile, che coniuga tre caratteri capaci di identificare immediatamente all’estero il prodotto cinematografico made in Italy: il taglio neorealista, la dimensione onirica alla Fellini e il regionalismo pasoliniano (domina la parlata sicula).
C’è sicuramente un po’ di ruffianeria in quest’operazione, com’è tipico dei registi italiani che cercano di fare colpo nel mercato cinematografico che conta, quello americano.
La pellicola, tuttavia, non ha riscosso il successo sperato, quanto meno all’estero (nonostante i buoni uffici di Scorsese), non riuscendo ad entrare nella cinquina dell’Academy, pur essendovi stata candidata dall’Anica.
Poco successo anche dal punto di vista commerciale, se si conta che il film è costato circa 10 milioni di euro (ossia parecchio per una produzione italiana), incassandone poco più di 2 in Italia e 5-6 totali nel mondo (senza i contributi governativi sarebbe quindi stato chiaramente in perdita).
Più fortuna ha avuto dal punto di vista della critica, almeno di quella nostrana, giungendo al riconoscimento di un Leone d’argento per il film rivelazione (anche se in realtà si trattava del terzo lungometraggio di Crialese).
Ciò premesso, il film non è per niente male e regala anche dei buoni momenti, pur finendo per essere ricordato soprattutto per le appariscenti ma poco incisive scene oniriche, in primis quelle in cui i protagonisti nuotano nei fiumi di latte sognati da Salvatore prima di partire.
La fotografia è degna di menzione, anche se sarebbe stato curioso (ma forse troppo ardito) tentare un bianco e nero.
Buona la prova degli attori, protagonisti (la Lucy di Charlotte Gainsbourg, misterioso simbolo della donna del Novecento, multiculturale e pronta ad emanciparsi) e non protagonisti (come Fortunata, la madre di Salvatore).
Non pienamente soddisfacente è il finale: se si fosse fermato qualche minuto prima, alla scena in cui nonna e nipote sono pronti ad essere rimpatriati, l’effetto (drammatico ma verosimile) sarebbe stato completamente diverso.
Un film che come è stato sottolineato da molti commentatori ci riporta indietro di un secolo, “quando i migranti eravamo noi” (non solo dal sud Italia) e il pregiudizio era rivolto verso chi arrivava dal nostro Paese.
Un fenomeno, quello migratorio, che ha contribuito paradossalmente a rinsaldare l’identità nazionale come dimostra uno scambio di battute tutt’altro che retorico tra Salvatore e il suo vicino di cuccetta:
Ma chi ci aveva mai dormito con tutti sti stranieri, tutti insieme?
Stranieri? Ma dove sono tutti sti stranieri? Qua siamo tutti italiani.

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