Recensione su Nowhere Boy

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Nowhere boy: nowhere Lennon / 19 giugno 2015 in Nowhere Boy

Dopo averlo abbandonato una prima volta, grazie ad un nuovo passaggio televisivo del film ho deciso di dare una seconda chance a questo biopic dedicato all’adolescenza di John Lennon, rimanendone comunque insoddisfatta.
Unico merito che riconosco al film: stamane, ho riascoltato quasi tutta la discografia dei Beatles, da With the Beatles a Revolver.

In realtà, non so spiegare esattamente cosa mi abbia deluso di questo titolo, oltre agli insondabili motivi che hanno portato alla scelta del cast (passi Aaron Johnson, toh, che -seppur davvero poco somigliante al giovane Lennon- ha provato a metterci del buono, ma soprattutto Thomas Sangster/McCartney, per carità…).
Di fondo, credo di non aver apprezzato la sua indeterminatezza diffusa e la sovrabbondanza di stereotipi estetici, che, invece di contestualizzare storicamente il film, sembrano limitarsi a mettere in scena una sequela di abiti ed acconciature in stile, senza riuscire mai a trasmettere l’atmosfera dell’epoca. Non ho ravvisato neppure una sequenza in cui il tormento di Lennon sia palpabile.
Al contrario, ho colto una certa tensione erotica tra lui e la madre che fatico a giudicare.

Insomma, forse, ho ravvisato poca anima e troppa estetica in un racconto che, invece, avrebbe meritato un approfondimento psicologico maggiore, qualche esperimento narrativo (la regista, in teoria, è un’artista concettuale. Tra l’altro, OT, realizzo solo adesso il fatto che abbia diretto, recentemente, Cinquanta sfumature di grigio).
Probabilmente, va a sapere, avrei gradito di più una minore fedeltà ai reali accadimenti (anche il “provino” di George Harrison è stato riprodotto correttamente a bordo di un doubledecker), ma, in compenso, avrei voluto sentir vivere John oltre lo schermo. E, forse, l’uso di un viso più somigliante al suo avrebbe giovato.

1 commento

  1. Ruby Tuesday / 19 giugno 2015

    concordo pienamente con ciò che hai detto, però amando molto i Beatles l’ho apprezzato lo stesso, alla fine li racconta comunque, the doors di olvier stone può anche piacere ma non è la storia di jim morrison racconta la vita di un drogato che se la cavava a cantare

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