Recensione su Non essere cattivo

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Non essere cattivo: il grido di coloro la cui unica casa è la “cattiva strada” / 11 Dicembre 2019 in Non essere cattivo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ostia 1995. Due giovani si incontrano come di consueto sul lungomare, ormai svuotato degli ombrelloni e della frenesia estiva, e si scambiano pasticche colorate. Quei giovani sono Vittorio e Cesare, amici da sempre, praticamente fratelli. Con loro la vita non è stata molto generosa: costretti a scegliere tra la fame o la galera, i due preferiscono rischiare quest’ultima commettendo piccoli furti e altre attività illegali, e spacciando, naturalmente. La droga li risucchia del tutto, li stordisce, li anestetizza e per la durata del suo effetto placa un po’ quel vuoto incolmabile che la vita ha creato dentro di loro. A Ostia la vita scorre lenta: fiumi di birra nei bar, risse occasionali, cocaina, pasticche colorate. Questo è il contesto in cui si muovono goffamente Vittorio e Cesare: un’anti-società, in cui la giustizia la si fa da soli, in cui si è costretti a ridurre la propria esistenza alla mera condizione di sottoproletario, di emarginato, di ultimo. Da questa bolla, i due tentano disperatamente di uscire, si affannano, spesso invano, nel tentativo blando di rivendicare il loro diritto alla felicità, alla stabilità della società borghese che li guarda dall’alto in basso e li disprezza. In un’anti- società non possono mancare, naturalmente, degli anti-eroi: da un lato, Vittorio che non ha mai avuto nessun affetto e trova nello sballo, l’unico conforto; dall’altro, Cesare, che ha visto morire sua sorella giovanissima a causa dell’AIDS, e ora vive con la mamma e la nipotina, malata anch’essa. Claudio Caligari ci presenta, dunque, due figure uguali nella loro sfortunata esistenza, ma per certi versi antitetiche: Vittorio, infatti, dopo un’allucinazione dovuta a una dose eccessiva di droghe sintetiche, decide di “mettere la testa a posto”, cerca un lavoro, si innamora e convive con una ragazza-madre, Linda, che lo aiuta a condurre una vita normale; Cesare, il più ostinato e allo stesso tempo il più fragile dei due, vorrebbe imitare il suo amico Vittorio, ma non ci riesce. Il richiamo della droga, come il canto delle sirene di Ulisse, lo incatena al suo destino di degrado sociale e di miseria. Egli vorrebbe divorare la vita, ma non fa che strapparne solo piccoli morsi, è paralizzato e ad avere la meglio è sempre il suo “demone”. Da un lato, dunque, una presa di coscienza della propria condizione e la voglia di cambiare, di ricominciare da zero, di dare un’altra possibilità alla vita, dall’altro, una paralisi, un’incapacità a vivere, che condurrà il nostro Cesare a un tragico epilogo. Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia la scelta migliore, piegarsi a una vita alla quale non ci si sente adeguati o continuare testardi a condurre la propria, per quanto sbagliata e destinata al fallimento sociale? Da “Non essere cattivo” emerge un grido straziante di dolore, il grido degli ultimi, il grido di coloro la cui unica casa è la strada, “la cattiva strada”, eppure l’unica in cui sentirsi accettati. Un film di denuncia, in cui nessuno è cattivo, ma tutti sono fragili e Caligari, con le radici ben salde nel cinema pasoliniano, è riuscito a trasportare ancora una volta, nel cinema italiano, con semplicità e ingegno, la vita delle borgate romane, i suoi soprusi e le sue mancanze.

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