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Recensione su Non essere cattivo

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Il rigore e l’efficacia / 24 ottobre 2015 in Non essere cattivo

Caligari se n’è andato lasciando ai posteri una storia che, sulla carta, potrebbe essere il secondo atto di Amore tossico: nella solita Ostia, una decina di anni dopo i fatti del primo lungometraggio del regista romano, aleggia sempre una disperazione devastante, ci si buca ancora, ma adesso, come se non bastasse, si tira cocaina e ci si cala al ritmo di techno, in un’involuzione autodistruttiva continua.
I ragazzi di strada di Caligari sembrano esistere per il semplice motivo di essere nati.

La storia di Cesare e Vittorio è paradigmatica e i suoi sviluppi, sia positivi che drammatici, sono abbastanza intuibili, ma non per questo il film risulta privo di interesse fino alla fine e ciò è soprattutto merito di una sceneggiatura estremamente asciutta e di interpretazioni a tratti molto ben calibrate, nonostante il rischio di scadere nella mera macchietta imitativa sia costantemente dietro l’angolo.
Ciò che stupisce è la completa immersione nel clima di un ventennio fa: la dettagliata ricostruzione d’ambiente è totalmente credibile, come se il tempo si fosse letteralmente congelato. Non dubito che le pregresse esperienze documentaristiche di Caligari abbiano influito sull’esposizione cruda ed essenziale dei fatti.

Nonostante la messinscena affronti diverse tematiche sociali (la precarietà del lavoro, l’assenza di strutture famigliari o comunitarie dal valore positivo, le figure femminili geneticamente relegate al ruolo di madri/figlie/sorelle/compagne addolorate, ecc.), il film non ha carattere espressamente sociologico.
A cosa serve, allora, un film strutturato come quello di Caligari? Si tratta, semplicemente, di una storia. E non è facile, oggi, trovare in Italia chi sia capace di raccontarne una con un rigore ed un’efficacia come quella dimostrata qui da Caligari.

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