7 Recensioni su

Nomadland

/ 20207.1173 voti

Che paesaggi!!! / 19 Novembre 2021 in Nomadland

Silenzi, solitudine, malinconia, rimpianti, rabbia, fallimento.
Queste sono alcune delle sensazioni che lo spettatore può percepire vedendo questo film in cui Fern è una donna vedova e senza tetto. Vive in un van e cerca dei lavoretti saltuari per poter sopravvivere.
Quasi un film documentario dove viviamo una realtà statunitense veramente tragica.
Un film dove anche le scelte della protagonista sembrano assurde ma che invece poi la rendono libera e orgogliosa di esistere.
“Io non dico mai ADDIO PER SEMPRE, dico solo CI VEDIAMO LUNGO LA STRADA, ed è così, le rivedo; e posso essere sicuro in cuor mio che ti rivedrò un giorno
Ad maiora!
#filmaximo

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Tra fiction e documentario / 4 Luglio 2021 in Nomadland

Nomadland, film Leone d’Oro 2020, Golden Globe 2021 regia-film e Oscar 2021 per regia, film e attrice protagonista (Frances McDormand) è erede diretto della tradizione orale e narrativa degli Stati Uniti (è significativo e, a parer mio, curioso che, a portare in scena questo cugino delle opere di Steinbeck, McCarthy e compari vari sia una regista di nascita cinese, Chloé Zhao, ma, nella sua filmografia, prima di questo film, c’erano già diversi lavori che dimostravano una netta propensione al racconto della ruralità americana).
Un personaggio del film, la sorella della protagonista, paragona la vita del personaggio della McDormand a quella dei pionieri: mentre guardavo il film, ho pensato subito a questa cosa anch’io, riflettendo sulla nascita relativamente recente del Paese, su certi libri americani letti, su certe canzoni statunitensi. Tra l’altro, mi ha fatto venire in mente che non ho mai terminato di leggere il saggio Leggende del deserto americano di Alex Shoumatoff.

Detto questo e tolte la bella prova della McDormand e la buona commistione di finzione e realtà documentaria, Nomadland mi è sembrato un film abbastanza interessante ma non epifanico, dal punto di vista tecnico o narrativo. Mi pare che, però, scivoli troppo spesso nell’idealizzazione e nella semplificazione. Certo, induce a riflessioni sul concetto di identità, appartenenza, possesso e stimola ad apprezzare le cose essenziali della vita: affetti, emozioni, esperienze.
Ma, di questi tempi, secondo me, non è poi una grande novità imbattersi in racconti cinematografici che sollecitano una presa di coscienza sulla realtà.

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Mad land / 17 Maggio 2021 in Nomadland

Esclusa qualche novità tecnica in ambito registico, la consueta bravura dell’attrice protagonista e la, ci mancherebbe altro, fotografia che cattura la natura statunitense, non mi sento affatto di sostenere granchè le clamorose assegnazioni degli Oscar.

Quando ci propinano i numerosi disagi del paese americano (Il lavoro, la previdenza, i rapporti sociali, la famiglia, la dignità, le fratture sociali), allora scopriamo che è un paese stritola anime che non riesce più a svegliarsi dal suo stesso incubo?
Già visto tutto, grazie. (Nebraska; Detroit; Un sogno chiamato Florida).

E poi era necessario citare pedissequamente Amazon??

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Il costo della libertà / 7 Maggio 2021 in Nomadland

Ibrido felice tra film drammatico e documentario – la maggior parte degli attori interpretano se stessi, o versioni leggermente alterate di se stessi – Nomadland è prima di tutto la storia di Fern, il ruolo che ha fatto entrare Frances McDormand nell’empireo degli Academy Awards (terza persona nella storia a vincere almeno tre Oscar come protagonista).
Ingegnosa – sembra a suo agio in ognuno dei cento lavori che fa per sopravvivere – ma del tutto priva di malizia; mai vinta, sempre un passo davanti alla disperazione: quando festeggia da sola la fine dell’anno è il cuore dello spettatore a sanguinare piuttosto che il suo. Fern ha scelto consapevolmente la solitudine, con la sua estrema riluttanza a stabilire legami stretti (il cane, Dave); la vediamo spesso inquadrata da sola in qualche vasta distesa deserta. Ma è anche perennemente amichevole, scherzosa, capace di empatia. McDormand accompagna queste contraddizioni con la sua espressione sempre un po’ perplessa, concentrata, che oscilla tra il pianto e il sorriso.

Ma Nomadland è anche un resoconto della vita degli Americani che hanno scelto di vivere ai margini della società nei loro furgoni e roulotte. Questo non è un film di denuncia – lo sfruttamento è più intuito dallo spettatore che mostrato – ma non è neanche un’esaltazione romantica di uno stile di vita, le cui indegnità e limitazioni sono tutte ben visibili. La scelta della libertà ha un costo alto; e la presenza della morte è una costante nel film, come se una vita ridotta all’essenziale la portasse prepotentemente in primo piano. Ma ciò che fa l’originalità e la forza del film è anche ciò che rende debole una società: l’assenza, anzi l’impossibilità di un’azione collettiva, al di là della solidarietà passiva del gruppo dei nomadi, condanna i protagonisti a una vita di stenti. Dal «sistema» si esce solo con una scelta individuale di dignità – non c’è spazio né voglia per la rivendicazione di un diritto.

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Guardate quanto minimalismo, quanta poesia! e quanta poesia c’è in questo minimalismo… / 2 Maggio 2021 in Nomadland

Questo è un po’ il mood che pervade Nomadland, almeno per come l’ho vissuto io.
Frances McDormand si è innamorata di un libro-inchiesta che racconta le storie di persone che, negli Stati Uniti, vivono in maniera nomade, spostandosi a bordo di van e camper e vivendo di lavoretti stagionali. Ha deciso di produrre e interpretare il film e ne ha affidato la realizzazione alla regista di origine cinese Chloé Zhao, che ha scritto (poco), diretto e montato un film che miscela documentario e finzione. Con un plot minimale lei e Frances si sono mosse alla ricerca di veri “nomadi” nel sud desertico degli Stati Uniti (California, Nevada, Arizona…) e ne ha ricavato un’opera che è un ibrido tra film e documentario.
L’idea poteva anche essere interessante, ma di fatto ho trovato troppo compiaciuta la riuscita, che affida una poesia un po’ facile ai paesaggi desertici, il primo piano della faccia interessante di Frances McDormand vista di tre quarti davanti al suo minivan in decine di situazioni diverse, quattro note di Einaudi sui suddetti paesaggi desertici,
E poi mito dei pionieri a go-go, nostalgia del marito morto a go-go e insistito orgoglio di Fern, la protagonista, nel ribadire che la sua è una scelta, che di quel suo stile di vita non può più fare a meno, che non è disposta a ricominciare in un luogo stabile. E alla fine non so se questa donna (un personaggio di finzione, non una delle protagoniste del libro-reportage da cui è tratto il film) che avrebbe la possibilità di avere una casa (che le offrono un’amica, la sorella e un uomo che incontra) e rifarsi la vita (con quell’uomo) e invece continua a fuggire e a rimpiangere il suo passato rappresenti davvero tanti nomadi per costrizione che non hanno altre possibilità se non vivere in un camper/casa mobile/van di lavoretti stagionali, perché, come ci informa una scritta in sovrimpressione all’inizio, la chiusura di una fabbrica può far sparire dalle carte geografiche una città, portare alla cancellazione di un codice postale.

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Opinione combattuta. / 26 Aprile 2021 in Nomadland

Forse per il tema affrontato il film vale, e anche molto, creando uno squarcio nello spettatore, catapultato in uno stato di tristezza e compassione, come successo a me.
Ma se devo analizzare e criticare la pellicola, non so se questo vale davvero un Oscar: cosa vuole proporre? Uno spaccato quotidiano di disgrazia, come tanti altri in America? O vuole vincere attraverso la pena che possiamo provare per i protagonisti?
Lo reputo uno di quei bei film che emozionalmente mi ha trasmesso molto, ma che non credo rivedrei mai più.
È stata come la visione di un documentario di sensibilizzazione, dove ho potuto vedere una vita a caso, arrancante e sofferente, mostrando peró un ottima regia e una fotografia spiazzante, che trasmette angoscia e smarrimento, grazie alla grandiosa espressività della McDormand, che ha appieno meritato il suo Oscar (l’abbiamo vista spesso in questi anni accalappiare la statuetta…)
Comunque a livello tecnico direi 7,5/10 ma credo sarà un film troppo di nicchia per entrare in qualche olimpo del cinema.
Perció resto sulla sufficienza.
6/10.

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See you down the road. / 25 Gennaio 2021 in Nomadland

A volte una città… chiude. La città dove vivi. Ma oltre quella non c’è altro posto per te al mondo. Ma al mondo ci sei anche tu, non c’è dubbio. E è nel mondo anche quel limbo di asfalto e deserto dove, per horror vacui, il tuo corpo si ritrova a girovagare. A quel punto sei un nomade, che lo volessi o no. E, sorpresa, non sei solo. C’è una terra popolata di nomadi senza terra, specialmente nella terra sterminata del Nordamerica.

La regista Chloé Zhao racconta questo intramondo posato ma senza riposo, fatto di gente libera in senso assoluto ma abbattuta dalle cicatrici, che per il grosso del tempo è isolata ma è sviluppa un senso di comunità che trascende il beneficio immediato e la convenienza.

Non so se è una scelta voluta o una conseguenza delle restrizioni della pandemia di COVID-19, ma la rarefatta colonna sonora del film si affida al repertorio non originale di Ludovico Einaudi. È di sicura atmosfera, ma la sensazione di essere una temp track, e la mia precedente familiarità con quelle composizioni me l’ha resa difficile da amalgamare alla creazione e alla genuinità documentaria di Zhao e Frances McDormand.

A una terza visione (la seconda, la sera del 6 gennaio 2021, fu interrotta da una certa insurrezionetta a Washington), a una terza visione mi sento di dare a questo film il mio voto pieno. E si avvicina pericolosamente all’olimpo dei miei preferiti (se non vi fosse già presente un film dai toni simili).

Non escludo nuove repliche. See you down the road.

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