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Recensione su No - I giorni dell'arcobaleno

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La rivoluzione dell’allegria / 24 agosto 2017 in No - I giorni dell'arcobaleno

Il mio primo Larraín, un film che entra con forza nelle atmosfere dell’88, anno del grande plebiscito cileno che mise fine alla dittatura di Pinochet, grazie anche ad una immagine dai colori slavati, frutto non di qualche filtro vintage ma proprio dell’utilizzo di una cinepresa con pellicola dell’epoca. L’effetto è ovviamente di un retrò talmente autentico da essere eccessivo, intervallato da qualche lampo di luce, totalmente sbiancante, come a scuotere di tanto in tanto lo spettatore dalla sensazione visiva di assistere a una telenovela. Oltre a questo si affianca un curioso montaggio che sposta fisicamente i dialoghi da uno sfondo all’altro; una frase inizia all’ interno di una casa e finisce – senza interrompere la sua continuità logica – all’ esterno. Non so il motivo di questo stile narrativo volutamente irrealistico, forse evoca l’approssimazione cinematografica cilena di quegli anni che eseguiva l’editing senza badare troppo alla verosimiglianza. Un grandissimo Gael García Bernal, il cui volto ha la grazia di rappresentare davvero l’America Latina intera, può essere cileno messicano o argentino senza problema e può permettersi di recitare poco, cambiando raramente espressione. Un caso cinematografico raro e prezioso.
Infine: trovo molto interessante la filosofia di questo racconto di Skàrmeta, che è un po’ il controcanto di quella di Loach in Terra e libertà; qui il protagonista del cambiamento non è la purezza della ribellione (i duri e puri), anzi essi potevano essere paradossalmente un ostacolo, bensì l’avveduto utilizzo del mezzo pubblicitario a raccattare i voti della massa meno pensante. E stavolta a fin di bene.

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