10 Recensioni su

No - I giorni dell'arcobaleno

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La rivoluzione dell’allegria / 24 Agosto 2017 in No - I giorni dell'arcobaleno

Il mio primo Larraín, un film che entra con forza nelle atmosfere dell’88, anno del grande plebiscito cileno che mise fine alla dittatura di Pinochet, grazie anche ad una immagine dai colori slavati, frutto non di qualche filtro vintage ma proprio dell’utilizzo di una cinepresa con pellicola dell’epoca. L’effetto è ovviamente di un retrò talmente autentico da essere eccessivo, intervallato da qualche lampo di luce, totalmente sbiancante, come a scuotere di tanto in tanto lo spettatore dalla sensazione visiva di assistere a una telenovela. Oltre a questo si affianca un curioso montaggio che sposta fisicamente i dialoghi da uno sfondo all’altro; una frase inizia all’ interno di una casa e finisce – senza interrompere la sua continuità logica – all’ esterno. Non so il motivo di questo stile narrativo volutamente irrealistico, forse evoca l’approssimazione cinematografica cilena di quegli anni che eseguiva l’editing senza badare troppo alla verosimiglianza. Un grandissimo Gael García Bernal, il cui volto ha la grazia di rappresentare davvero l’America Latina intera, può essere cileno messicano o argentino senza problema e può permettersi di recitare poco, cambiando raramente espressione. Un caso cinematografico raro e prezioso.
Infine: trovo molto interessante la filosofia di questo racconto di Skàrmeta, che è un po’ il controcanto di quella di Loach in Terra e libertà; qui il protagonista del cambiamento non è la purezza della ribellione (i duri e puri), anzi essi potevano essere paradossalmente un ostacolo, bensì l’avveduto utilizzo del mezzo pubblicitario a raccattare i voti della massa meno pensante. E stavolta a fin di bene.

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23 Febbraio 2015 in No - I giorni dell'arcobaleno

Sarà che non è il mio genere di film… ma l’ho trovato abbastanza noioso.

2 Settembre 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

Dal punto di vista stilistico è un film davvero ben realizzato che integra filmati orginali e scene girate in studio con grande armonia, sfruttando una fotografia che richiama alla mente toni e sfocature da anni ’80.
Gael Garcia Bernal si conferma un attore completo ed evocativo, ma quello che colpisce di più di questo film è la storia. Una storia incredibilmente vera, quella della fine ironica di una dittatura.
La pubblicità e tutto il suo significato si fonde con la storia nel suo dramma e diventa una pagina di storia difficile da dimenticare. Un referendum promosso da un regime dittatoriale e uno sapzio di 15 minuti regolarmente concessi all’opposizione, oltre che una campagna elettorale senza brogli danno un’dea chiara della sicurezza che aleggiava intorno a Pinochet.
E’ incredibile da pensare (soprattutto se oggi si guarda all’Egitto) ma certe rivoluzioni possono essere condotte senza violenza (anche se di orrore il Cile ne ha avuto anche fin troppo e il film non si esenta dal metterlo in chiaro).
Peccato che oggi quell’arcobaleno venga utilizzato a spoposito, privato dei suoi significati, per legittimare la violenza e l’odio.

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30 Maggio 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Oh ma guarda che è vero! Storia di come, nel 1988, in Cile il generale Pinochet (simpatica birba) abbia indetto un referendum su se stesso per attenuare le pressioni internazionali. Durante il mese precedente il voto anche alle opposizioni fu concesso, per la prima volta dal colpo di stato, di andare in tv. E il nostro, René, anche se non quello di Boris, fu il giovane pubblicitario ingaggiato per curare la campagna comunicativa della altrimenti triste e depressa opposizione. Voi di sinistra siete tutti tristi U_U dice. Allora René, aiutato da un amico uguale a Epifanio, shakera tutte le carte in tavola e, anziché una serie di spot che ricordano i crimini del fasciogoverno, punta tutto su di un messaggio di arcobaleno e luce e sorrisi e speranza per il futuro. Tra le poche pubblicità che sono servite a qualcosa perché, tra la sorpresa di tutti (e in particolar modo di quella birba, che salutiamo), il NO alla dittatura vince. Il regista Pablo Larrain mantiene il focus sul periodo nero della dittatura cilena, come nei film precedenti. Ma lo fa attraverso un tema e un attore principale all’apparenza più spensierati. René è Gael coso, il tipo per cui un sacco di ragazze continuano a dire spagnolo nano tutto tano (no ok, non è spagnolo, non ricordo ma non me ne può fregare di meno di dove sia. Sai cosa? É uguale!). A sua volta il problema di Gael è che, ca**o, sembra sempre che abbia 18 anni. É basso. E lo fanno pure andare in giro in skate -.- non so, potevano dargli anche uno yoyo già che c’erano, perché non uno yoyo? Da un lato è il nuovo e giovane che con nuove (e giovani) strategie riesce letteralmente a ribaltare un paese, servendosi delle tecniche che di solito vengono definite armi di distrazione di massa. Dall’altra ha una famiglia, sconquassata ma ci si vuol bene, e insomma, questi fasci che ti aspettano fuori dalla porta non mettono di buonumore. Il tutto è girato con una camera degli anni quelli, di modo che è impossibile vedere la differenza tra il girato nuovo e i molti spezzoni dell’epoca, e anche gli spot, di cui molti si possono trovare sul tubo. Un film sui e con i giusti, fermo restando che dargli un oscar non stava né in cielo né in terra, escono una trentina di film altrettanto giusti l’anno :/

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idea originale e ben realizzata / 19 Maggio 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

La storia della campagna pubblicitaria del NO diventa una storia di compromessi, di fini che giustificano i mezzi (mezzi non eccessivamente antietici e fini decisamente condivisibili). E’ il compromesso tra chi vuole adesioni consapevoli alla causa del NO e chi vuole prima di tutto il NO. Renè non è estraneo alla storia del suo paese, non è indifferente a quello che sta succedendo e a quello che il Cile rischia riconfermando Pinochet, ma è prima di tutto un pubblicitario e il NO sulla scheda del referendum non è per lui tanto diverso da una bottiglia di coca cola. Proprio il suo sguardo cinico da pubblicitario professionista sarà l’ingrediente in grado di aiutare gli oppositori al regime, così tanto segnati e così tanto coinvolti da non riuscire a sacrificare la propria integrità. Ma è soprattutto il compromesso di chi, come ci ricorda la (ex?)moglie di Renè, sceglie di combattere alle condizioni sfavorevoli poste dall’avversario, rischiando così di legittimarne un’eventuale vittoria. Ed è il piccolo compromesso del capo di Renè, che lavora alla campagna per il SI, ma non può permettersi di licenziare il suo miglior creativo.

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15 Maggio 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

Probabilmente è una questione di aspettative, ma un film che narra del passaggio, incruento, da una dittatura alla democrazia pensi che non possa non essere appagante. E invece di un racconto esaltante di come una nazione si è riappropriata della libertà ti trovi davanti l’analisi del meccanismo di persuasione pubblicitario che manipola tutto, semplifica tutto, travolge tutto e, per noi italiani, lo spiattellamento della strategia politica degli ultimi vent’anni del nostro paese. Impossibile non pensare che l’unica fortuna che il Cile ha avuto è che dietro alla brillante campagna elettorale che portò alla vittoria del no nel plebscito su Pinochet ci fosse un obiettivo meritorio, una nobile causa e non l’idea del mantenimento della dittatura.
Il film non si limita a narrare come fu pensata la campagna pubblicitaria (non si può definirla altrimenti), ma brevemente entra dentro le due parti che si confrontano: l’una la dittatura che pecca di sicurezza, di scontata protervia dato l’esercizio violento e continuato di un potere che si è sedimentato e normalizzato per 15 anni, ma che mai perde di vista cosa realmente sia, ovvero il mantenimento della forza economica di una parte, piccola, della società sulla stragrande maggioranza dei cittadini tenuti su un livello di magra sussistenza (“ognuno può diventare ricco, attenzione qualcuno, non tutti, ma tutti vogliono essere quel qualcuno”); l’altra l’opposizione, variegatissima e tacciata, tutta, di marxismo/comunismo (ricorda qualcosa?), attanagliata da discussioni continue perché quasi nessuno di loro vuole vincere per vincere, ma vuole vincere solo a patto di Convincere gli elettori di essere nel giusto (ricorda qualcosa?), solo se la consapevolezza raggiunge quello stadio di maturità tale da aver di fronte un cittadino maturo.
E poi c’è il pubblicitario, il mezzo, lo strumento che agisce neutro rispetto al contenuto della campagna: identificazione del prodotto; creazione del prodotto; semplificazione; manipolazione. E quindi eliminazione di ogni approfondimento, censura sul lato “brutto”, ma vero (dov’è la realtà?) delle motivazioni al no del plebscito, creazione di una idea immateriale attraente, spensierata, irrealistica, l’applicazione puntuale del meccanismo di vendita di una bibita insomma insistendo sulle reazioni pavloviane delle emozioni base dell’uomo (non a caso il parallelo che vediamo è fra la prima campagna pubblicitaria pura che mira a vedere una coca cola e la sua replica sul no alla dittatura, un oceano di differenza ideale, stesso meccanismo manipolativo). E qui lo spettatore italiano rimane sgomento, perché più jingle vengono pensati, più soli nascenti vengono inquadrati, più famigliole felici vengono scelte per girare gli spot (i cileni saranno bassi e scuri, gli attori degli spot sono alti e biondi, che importa) e più vedi il 1993 materializzarti davanti.
E vedi il pericolo, vedi il baratro. Perché l’ex moglie del pubblicitario sarà anche odiosa, estremista e massimalista e fosse stato per lei Pinochet avrebbe probabilmente vinto, ma lei è il grillo parlante, schiacciato dalla storia e consapevole. E più monta l’entusiasmo più il film si fa preoccupante, più i colori brillano, le trovate si fanno accattivanti, l’umorismo e l’ironia diventano irresistibili, più ti raggeli.
Il nocciolo del film è il tema della realtà e della verità e della sua importanza nella nostra contemporaneità: la realtà sparisce, la verità è fastidiosa, è brutta, è la percezione e l’emotività che sono importanti e di conseguenza la capacità di gestirli e manipolarli. Il mezzo migliore degli ultimi trent’anni è stata la Tv (non si vedono manifesti, solo qualche maglietta, tutto si gioca sul medium televisivo) specchio deformante dei desideri, delle aspirazioni di diverse generazioni. Di conseguenza il finale è parimenti terribile, lo spot pubblicitario che coinvolge il massimo divo delle telenovele addirittura è pensato come una notizia del telegiornale e all’interno del telegiornale sarà inserito, non esiste più neppure l’informazione. Siamo ad oggi, 2013.
Bellissima la fotografia, la scelta di rendere il film esattamente dentro al 1988 è molto azzeccata.
In definitiva, meno male che Pinochet fosse mal consigliato, meno male che il colpo di coda dei suoi pubblicitari arrivò molto in ritardo.

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11 Maggio 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

Ciò che più mi ha colpito di questa storia è la dimostrazione del fatto che i sorrisi sono quanto di più artefatto l’uomo sia in grado di produrre.
Il sorriso è la chiave di volta della campagna del “no”, ma è anche uno dei particolari che, inizialmente, si intende far emergere nella campagna del “sì”: Pinochet in abiti civili, senza divisa, con i suoi occhi azzurri in evidenza e, appunto, il suo carismatico sorriso.
Siamo tutti tentati dai sorrisi. I sorrisi ci inducono in tentazione.

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5 Marzo 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

Le due anime della transizione cilena alla democrazia: da una parte il desiderio di voltare pagina, di guardare ad un futuro più luminoso e “allegro”, dall’altra il bisogno di fare i conti con un passato di terrore e soprusi. Impossibile tagliare con l’accetta le due tendenze; desiderio di giustizia o oblio di quel che fu?
La campagna pubblicitaria per il “no” fu a suo modo geniale, innovativa, grazie alla sua insistenza su temi di speranza e cambiamento, e si rivelò vincente: un passo fondamentale per la storia del Paese – però nel frattempo le schermate con statistiche e numeri sui casi di morti, torturati e scomparsi erano state messe da parte perché inadeguate (una questione simbolicamente d’impatto). Il sentimento di paura deve essere superato: fino a che punto è giusto spingersi per infondere nuovo coraggio e gioia nella popolazione?
L’ombra di Pinochet ha continuato a gravare a lungo sul Paese, ben oltre il 1989. Portando con sé contraddizioni e lacerazioni di non poco conto in seno alla (fratturata) società cilena.

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Es la hora de ganar la libertad / 3 Febbraio 2013 in No - I giorni dell'arcobaleno

Bellissimo film politico. Un referendum importantissimo per la storia del Cile.
Le opposizioni hanno organizzato una campagna per vincere il plebiscito/referendum molto innovativa per il periodo, basata sull’ironia, sull’allegria.
I cileni, nonostante la censura, nonostante le violenze, nonostante il boicottaggio hanno votato bene.
Il 24 febbraio speriamo gli italiani facciano altrettanto (altrimenti, è la volta buona che emigro).

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Non sono obiettiva / 30 Novembre 2012 in No - I giorni dell'arcobaleno

Premettiamo che Gael Garcia Bernal mi fa impazzire, pure con il codino alla Baggio, in questo film è un trentenne pubblicitario con un figlio e complicati rapporti con la moglie.
Viene assoldato per la campagna del no alla ricandidatura di Pinochet che ovviamente viene considerata inutile e senza speranze.
Tra jingle ripetitivi e pubblicità stile mulino bianco la campagna comincia a smuovere l’opinione pubblica e i cittadini mettendo in difficoltà il regime.
Come finisce non ve lo dico ma besta leggere la storia del Cile per scoprirlo.

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