Recensione su Non lasciarmi

/ 20107.1422 voti

21 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Attenzione perché questo film a me è piaciuto a nastro e a manetta U_U e quindi spoilererò tantissimo. Se non leggete andatelo a vedere, che io non so con chi parlarne e son disperato, vorrei piangere con qualcuno, si trova anche su internet in originale, se non lo trovate chiedete ma si trova.
É stato un lungo strazio triste e bellissimo. E ho pure capito (ci ho messo un po’) che al Centrale danno i film tutti (forse) in originale, d’ora in poi ci andrò il più possibile, in questo che è il cinema d’essai più d’essai di Torino. Stretto e lunghissimo, 7 posti per fila e 1000 file.
In principio ti dicono che l’umanità ha trovato il modo per sconfiggere le malattie, e campare oltre i cent’anni. Siamo quindi in un mondo alternativo utopico, che si rivelerà ovviamente distopico.
Kathy, Rut e Tommy sono tre bambini in una specie di scuola speciale inglese, dove l’ordine e il rigore vittoriano vigono perfetti. I bambini si alzano tutti in fila al mattino e prendono il loro bicchiere di latte, dalla fila di bicchieri di latte. Un braccialetto suona ogni volta che entrano e escono dall’edificio.
Credevo di essermi rovinato la sorpresa sapendo purtroppo parte della trama, e cioè che loro sono cloni destinati a fornire pezzi di ricambio/organi per i malati. E invece no, perché questo viene rivelato quasi subito, da una istitutrice subito allontanata e dalla direttrice, Charlotte Rampling, che con quegli occhi monocromatici dimostra come, al solito, gli umani siano assai meno umani dei cloni inumani. The island, basato sulla stessa idea, punta tutto sul fattore sorpresa contenuto in questa rivelazione, che viene tenuta per la fine. E infatti The island fa un po’ schifo al cazzo.
Kathy, Rut e Tommy sono tre ragazzi diciottenni, e vengono trasferiti dal collage a un cottage (ridere) in attesa di essere chiamati per le rispettive donazioni. Anche qui godono di relativa libertà. Ruth (che è Keira anoressia Knightley) si è messa con Tommy e se lo scopa tantissimo, perché Kathy era timida e da piccina non ci ha provato per prima, nonostante lo abbia sempre amato. Kathy fa richiesta per diventare assistente.
Kathy, Rut e Tommy, dieci anni dopo. Lei è assistente, assiste i donatori nelle loro donazioni. Che possono essere una, due, tre, quante ne servono per arrivare al completamento. Al completamento il clone ha esaurito la sua funzione e muore. Per questo Kathy non ha ancora incominciato le donazioni, per gli assistenti c’è più tempo. Ritrova Ruth e Tommy. Solcati da cicatrici. Ruth sta per morire, e fa mettere insieme gli altri due. Tentano di posticipare la chiamata di Tommy per il completamento. Non riescono.
Ruth è completata dopo tre, Tommy dopo quattro.
Kathy è chiamata per la sua prima.
Questa è la canzone del titolo, la sceneggiatura è tratta da un romanzo di un japu trasferito a Londra che è famoso ma di cui al momento non mi sovviene il nome, cercatevelo.
Quel che è stato abbacinante era l’ineluttabilità di tutto quel che accadeva, insieme all’assenza di un moto di ribellione da parte dei protagonisti. L’ordine costituito non viene minimamente messo in discussione, il potere c’è (il braccialetto che suona) ma è invisibile e non oppressivo. Non ci sono guardie, non ci sono armi, non ci sono coercizioni. I tre compiono solo quello che devono, più di tutti Kathy, la vera protagonista, che è colei che alla fine da voce alla riflessione, di cui tutto il film è metafora, sul tempo che abbiamo da vivere e sull’uso che ne possiamo fare/aver fatto. E stato abbastanza? Ne avrei voluto di più? L’ho usato bene?
La qualità del film sta tutta nello spazio che lascia all’inferenza dello spettatore (minchia, un improvviso rigurgito di Lector in fabula di Eco) nel costruirsi l’immagine mentale di quale società possa permettere tutto questo, la soppressione a rate di queste poor creatures, per garantirsi i pezzi di ricambio. E nell’amore disperato per la vita che lega i tre protagonisti, impegnati a vivere il poco tempo che hanno e a convivere con le pulsioni e passioni della gioventù e con il loro destino segnato fin da bimbi. Sapendo che non la vecchiaia non è cosa per loro.
Tenete presente che a un sacco di gente ha fatto schifo, c’è chi ha storto il naso, chi ha pensato “maddai” ecc. Io alla fine ero sinceramente provato (credo come non mi capitava almeno da Il nastro bianco, di Haneke).

4 commenti

  1. Notta / 21 dicembre 2012

    Io penso che sia una pellicola pregevole,il problema è appunto che i protagonisti,pur sapendo questo loro destino,non fanno assolutamente nulla per cercare di fermarlo,credo sia un “cannaggio” delle reazioni umane pazzesco.

    • tragicomix / 22 dicembre 2012

      Però è fatto esplicitamente e marcatamente, e credo ci possano essere reazioni diverse degli spettatori alle non reazioni loro. Non so, a me proprio quella è stata la cosa che ha straziato di più *_* e se fosse… e se fossero stati “programmati” per non reagire, qualcosa tipo le leggi della robotica di Asimov? O anche solo attraverso l’educazione da cloni che gli veniva data. Non so, ecco, io concordo in qualche modo, ma non l’ho trovato fuori luogo, piuttosto un amplificatore delle emozioni dei protagonisti :/

  2. oblivion / 22 dicembre 2012

    Scusate se mi intrometto nella discussione, ma amando molto questa storia ci tengo particolarmente (:
    da quello che ho capito io leggendo il libro (nel film questa cosa non è molto marcata), i protagonisti non cercano di scappare nè di sfuggire al loro triste destino semplicemente perché per tutta la vita sono stati educati all’obbedienza. Quando viene loro svelato il motivo per cui esistono, se ci fate caso non è che rimangano poi così male…voglio dire, chiunque si sarebbe messo ad urlare e piangere in una situazione del genere! Credo che c’entri il fatto dell’autorità, del fidarsi completamente di chi ti ha creato. Oltre alla rassegnazione, ovviamente, di bambini che non saprebbero proprio dove andare/cosa fare. Questa comunque è solo una mia personale interpretazione 😉

    A questo proposito, vi linko un’intervista allo scrittore: la prima domanda del giornalista è proprio: ‘perché non scappano?’ http://www.iodonna.it/personaggi/interviste/2011/kazuo-ishiguru-film-non-lasciarmi-intervista-30630675492.shtml
    okay, ora ho finito, asd

    • tragicomix / 23 dicembre 2012

      beh, visto che è più o meno quel che dicevo io non posso che essere d’accordo. Mi sembra dipenda molto da come uno si possa figurare la loro formazione. Comunque a pensarci non sempre tutti si ribellano, anche la storia è piena di esempi di gente che si è fatta ammazzare senza speranza :/ per cui magari soffrire è più umano del ribellarsi. Boh! 😀

Lascia un commento

jfb_p_buttontext