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Recensione su Nella valle di Elah

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18 marzo 2011

siamo lontani anni luce dall’estetica ammiccante e dalla retorica di Crash, questo film è così pudico, così lavorato per sottrazione da essere molto più doloroso e capace di denunziare qualcosa. Se il tema portante è la disumanità della guerra che stravolge la psiche delle persone, che svuota gli animi, che rende assolutamente uguali azioni neutre e azioni deplorevoli perchè porta all’abitudine alla morte, alla sofferenza, in fin dei conti al nulla, quello che mi ha colpito è l’accusa portata alla cultura machista del militarismo (cultura machista che impregna tutto, basti vedere la notevole finestra sulla stazione di polizia). Ed è la madre, defilata nel film, che urla al marito “senza arruolarsi ( il figlio) non si sarebbe sentito un uomo”, un sentimento che accomuna molti nella condivisa cultura delle armi in america. In questo tentativo di appropriarsi di una identità (qui non ci sono arruolatori professionisti dell’esercito che vendono miraggi ai ragazzi, qui è un discorso interno ad una famiglia che è il microcosmo America e che si tramanda il valore della divisa) una famiglia letteralmente sparisce (sono ben due i figli morti), in ossequio al ricordo di un’etica di guerra che si è persa da molti, troppi anni, la stessa etica inesistente che induce il padre a guardare altrove nella ricerca degli assassini del figlio.
Quale risveglio attende T.L. Jones? Un risveglio doloroso dalle proprie convinzioni, dall’esistenza di un confine netto fra bene e male, il tutto presagito per tutto il film dal sonno disturbato dalle richieste di aiuto del figlio, sconvolto, impaurito.

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