Recensione su Neko Râmen Taishô

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The Master of Ramen. / 2 maggio 2014 in Neko Râmen Taishô

Folle e nonsense come può essere solo un prodotto demenziale giapponese.
Come in altri lavori jappo in bilico tra il fantasy e la demenzialità, qui esistono due tipi di animali-attori: il felino propriamente domestico, che da idol cat qual è (vengono mostrati un famoso gatto-controllore-dei-treni ed una coppia di mici, fratelli viziati) viene “interpretato” da animali reali, e c’è quello (di peluche!) che, antropomorfizzato e stilizzato in stile mangaka, è in grado di fare cose tipicamente umane (tranne che preparare il sushi…) e di relazionarsi con le persone come se non si trattasse di una creatura che, a rigor di logica, non dovrebbe neppure esistere.

Banalmente, una delle prima analogie che mi sovviene in merito è quello del manga (e del cartone animato) Ohayō! Supanku (Hello! Spank) in cui il cane protagonista, oltre ad innamorarsi di una gatta, tenta in diverse occasioni di comportarsi e perfino di lavorare come un essere umano, mentre altri membri della sua specie si comportano (più o meno, a conti fatti) come qualsiasi canide.
Tolto quindi il fatto che il protagonista sia un animale di pezza, penso che se il protagonista della storia non fosse interpretato da un pupazzo ma da un essere umano, la vicenda perderebbe sì la sua allure schizofrenica, però, paradossalmente, il racconto manterrebbe inalterato il proprio senso narrativo: nonostante la singolarità del plot, infatti, il film racconta di un profondo conflitto padre-figlio, di un forte desiderio di emancipazione e, tendenza quantomai giapponese, di uno scontro significativo che, grazie ad una scioccante analisi interiore ed alla riscoperta di (letteralmente) antichi sapori permetterà al protagonista di conoscere davvero sé stesso. L’esaltazione del concetto che il singolo eccelle laddove sviluppa collaborazione col gruppo, poi, esplode nel lungo finale moraleggiante e romantico (sempre sui generis, ovvio).

La parte iniziale del film è sicuramente quella più divertente e riuscita, perché mostra il protagonista alle prese con mansioni umane che contrastano con il suo istinto felino (es. guida un taxi egregiamente, ma la vista di un topo lo distoglie tragicamente dalla guida): a lungo andare, forse, il meccanismo dell’assurdo perde colpi, ma nel complesso il film regge adeguatamente fino alla fine.

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