15 Recensioni su

Nebraska

/ 20137.4260 voti

Bianco e nero / 28 Marzo 2016 in Nebraska

Un film umano e piacevole. Una commedia di speranza e di unione familiare. Il bianco e nero rende il tutto visivamente rilassante, anche se forse sottolinea alcuni momenti di staticità. il 7 (e mezzo) va soprattutto alla grande morale, perché l’art pour l’art è noiosa nella maggior parte dei casi e l’arte dovrebbe sempre insegnare in qualche modo.

Vecchi ricordi, vecchi cliché / 14 Febbraio 2016 in Nebraska

Torna quella senile malinconia amata da Payne che abbiamo visto in About Schmidt (torna anche il viso rotondo e la chiacchiera svelta di June Squibb nei panni della moglie), e con questo bianco e nero molto jarmuschiano torna anche il racconto di un viaggio dove la meta non conta, non ha senso nè valore. Perfetta l’interpretazione di Bruce Dern attorno al quale gira ovviamente tutto questo film popolato di ricordi e di vecchi, in una cittadina di Hawthorne che sembra un ospizio a cielo aperto, ma popolato ahimè anche di vecchi risvolti di sceneggiatura, visti e prevedibili.

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davvero bello / 5 Maggio 2015 in Nebraska

davvero bello

On the road over 60 / 29 Gennaio 2015 in Nebraska

Una brillante commedia ( sette e mezzo) dai toni grigi bianchi e neri che si rivela essere davvero simpatica, divertente e anche commovente. Un dipinto di una famiglia alle prese con l’anzianità e il tempo che non torna ma anzi va sempre più veloce. Una dolce e irriverente fotografia dell’umanità che risulta, sorprendentemente molto simile, in ogni sua forma nonostante le diversità di lingua e cultura. Ho riconosciuto molti tratti dei miei nonni e dei miei genitori, davvero magnifico. Una bellissima prova attoriale di Bruce Dern e un Will Forte fuori dal SNL che davvero recita benissimo, a suo agio, da prova di saper fare bene il suo lavoro.
Bel film davvero non me lo aspettavo.
Nota di merito a June Squibb davvero impeccabile.

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27 Aprile 2014 in Nebraska

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Cittadine americane in mezzo al niente, popolate da vecchietti e obesi e sogni repressi, l’altra faccia delle downtown di quelle città piene di grattacieli dove andate tutti in vacanza U_U Tiè.
Woody e David sono padre e figlio, il primo irsuto canuto nel b/n sullo schermo, che rimarca rughe e lentezza dello sguardo. Parte per andare a Lincoln a ritirare un milione vinto a una presunta lotteria (e che è, il signor Bonaventura?), a piedi. Non ha senso per nessuno, ma il figlio capisce che oltre alle gambe c’è di più, no, che il senso c’è ma non si vede, e lo accompagna. Attraversano a ritroso la vita di Woody, incontrando il suo passato in una specie di provinciale Odissea all’indietro. Sulle loro debolezze, affrontandole, si ri-conoscono e tornano stronger (faster, scooter!). C’è una lentezza funzionale al ritmo al percorso dei due, che fissano la destinazione e si prendono per essa tanto, tutto il tempo, quello che alle persone oggi manca. E gli stupidi per questo li sfottono, va da sè. E c’è un sottintendere e non dire, e opzioni aperte lasciare allo spettatore da completare, che aumenta il senso della scoperta e partecipazione allo spettacolo dei campi e strade infinite (perdute?) e della variagata al grigio umanità che sempre si aggira nei risvolti.

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27 Febbraio 2014 in Nebraska

Piccolo film di vite normali e in procinto di finire, Nebraska racconta la storia del rinsaldato rapporto padre-figlio, utilizzando, come spesso capita, il viaggio verso una meta non importante per poi parlare di rapporti umani. Il protagonista, un Bruce Dern svanito e tenero ha un passato non gradevole alle spalle e tutta una serie di desideri che il figlio esaudirà. Storia non eccelsa, molto sentimentale e delicata e che punta a coinvolgere emotivamente lo spettatore, si muove tra malinconia e situazioni buffe, tra una battuta sagace della vivace moglie del protagonista (June Squibb) e uno sguardo triste con cui empatizzare. Il finale tirato via sulla scia del miele non è sbagliato, ma neanche il più corretto, perchè non è altro che una conclusione dovuta, dolce e scaldacuore, dopo due ore in cui tutti sono stati dipinti come mediocri o cattivi. Bianco e nero malinconico per completare la scena e una OST tipica per un film carino ma limitato.

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Il cinema non è ancora morto. / 26 Febbraio 2014 in Nebraska

Un film che diventa via via più lento verso la meta, un film non privo di difetti e certamente sarebbe stato da rifinire.
Ma non è vero che si tratta di un film banale, facilone né che vuole colpire usando stereotipi vari per farsi piacere.
Non è un film fatto per farsi piacere, bensì è un’opera che analizza, esamina ed evidenzia alcune cose.
E’ un’opera malinconica, con musiche bellissime ed una fotografia stupenda.
Il bianco e nero è sublime ed è inserito in maniera perfetta.
Sembrava sì, può sembrare, qualcosa di banale e vanitoso, ma in realtà si tratta di un’opera intelligente ed intraprendente.
Pareva essere un lungometraggio che voleva raccontare la storia di un uomo anziano affetto da demenza senile o che voleva raccontare di un viaggio psicologico che combaciava con quello on the road che vive il protagonista, insieme a suo figlio, della vicenda (tipo una storia vera, per intenderci) o che volesse analizzare il rapporto genitore-figlio, ma non è questo. O meglio, non è solo questo !
Esso è invero un film che osserva ed approfondisce, ed è emozionante, in ogni sua parte, con ogni personaggio caratterizzato benissimo, con una sua propria storia ed un proprio carattere; ma vengono beffati, presi in giro e criticati tutti: sotto questo senso, è un film anche ironico, poiché quei personaggi sono simbolici e rappresentano l’umanità in generale, aldilà del contesto economico e sociale che, comunque, è anch’esso analizzato.
Ho letto alcune critiche non troppo positive su questo film che sì, difetti ne ha, per carità. Però, poi penso alla lacrima che mi è uscita nella scena fuori dal bar, appena dopo che il figlio del vecchietto ha colpito in faccia quel bastardo che voleva i soldi da lui; così mi convinco, nonostante penso che il cinema sia in decadenza e nonostante in molti non mi credano, che il cinema non è ancora morto. Fanculo le critiche, dunque. Bruce Dern, inserito in tutto il contesto dell’opera mi ha strappato una lacrima, non per forza ricercata…perché è un film che non pretende affatto, emoziona e basta. Il cinema non è ancora morto, seppure questo non sia un capolavoro.

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17 Febbraio 2014 in Nebraska

…Come dipingere una vita senza usare i colori…

Il Nebraska è la terra di fortuna / 8 Febbraio 2014 in Nebraska

Nebraska non è solo il titolo del film, né la meta che i due protagonisti devono raggiungere. Nebraska è la raffigurazione della terra delle opportunità, dell’occasione di dare una svolta alla propria vita. E’ l’America, ma non nel senso proprio del termine. Bisogna intenderla come quell’America raccontata nelle belle storie, il posto dove si può ricominciare daccapo, dove si può cercare e inseguire la propria fortuna. E non importa se l’età sembra non permetterlo o se quella stessa fortuna è solo un’illusione.
Un road movie molto atipico, a cominciare dall’utilizzo del bianco e nero e passando per una colonna sonora dal tono piuttosto malinconico. La tematica del viaggio non è però dominante quanto quella del rapporto padre-figlio e della famiglia. Personaggi spaventosamente verosimili (“parenti serpenti” ed amici approfittatori) fanno da contrappeso ad altri più surreali, come il figlio perfetto e senza sbavature di sorta del bravo Will Forte. La punta di diamante è comunque senza dubbio Bruce Dern, perfettamente calato nel ruolo del padre burbero e alcolista, con quella senilità che lo rende spaesato rispetto a ciò che lo circonda ma che, allo stesso tempo, lo fa sembrare un passo avanti rispetto agli altri personaggi.

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2 Febbraio 2014 in Nebraska

Un volantino pubblicitario convince il vecchio Woody Grant di aver vinto un milione di dollari: niente e nessuno potrà allora trattenerlo dall’intraprendere un viaggio alla volta di Lincoln, Nebraska, dove lo attende il fantomatico premio. Lo accompagnerà, rassegnato, il figlio David.

Dopo averci condotto in giro per la California con “Sideways – in viaggio con Jack”, Alexander Payne ci riporta nel suo Midwest, già raccontato in “A Proposito di Schmidt”, e lo fa con una pellicola dalle componenti delicate, a tratti minimali. La scelta del b/n, anzitutto, risulta quantomai azzeccata nel valorizzare una fotografia crepuscolare, con un particolare riguardo alle estese profondità di campo degli esterni che ritraggono la sterminata desolazione del Midwest americano. Completano l’affresco i componimenti di Mark Orton (che alcuni ricorderanno per recenti collaborazioni con il nostrano e da poco scomparso Carlo Mazzacurati): abbracci di ritmi folk e intervalli jazz per un commento musicale velato di languida nostalgia. Partendo da una situazione piuttosto originale, anche la sceneggiatura si rivela all’altezza in quel connubio di commedia e dramma a cui Payne ci ha da sempre abituati. Nonostante la caratterizzazione di alcuni personaggi possa sembrare qualcosa di già visto, il gioco delle parti risulta comunque riuscitissimo, l’immedesimazione totale: il viaggio del protagonista – e dello spettatore – è soprattutto dentro se stesso, perché, nonostante tutto, non è mai troppo tardi per riscoprirsi: Woody rivendica la sua dignità, David conosce suo padre. Encomiabile la prestazione dell’intero cast, eccezionale Bruce Dern, forse avviato seriamente all’Oscar.

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Voglia di tenerezza. / 28 Gennaio 2014 in Nebraska

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Sette stelline per un soffio)

Payne è un gran furbacchione.

Col pretesto di raccontare, attraverso una metafora toccante, l’attuale condizione incerta e nebulosa degli Stati Uniti fiaccati dalla crisi economica, il regista usa con competenza i più abietti cliché: 1) il vecchio bacucco (ovviamente, incompreso dai più) insopportabile nella realtà, ma empaticamente amabile sul grande schermo (la presenza fisica di un ottimo Bruce Dern, in questo senso, fa metà del lavoro) ; 2) cattivi, cattivoni e cattivelli che sbucano da ogni dove, soprattutto in seno alla famiglia, per infierire su un uomo che, durante la sua vita, tanto (e silenziosamente) ha dato e patito; 3) un figlio accomodante, santo subito, tanto buono da essere incapace di dimostrare di avere una vera personalità, anche quando, finalmente, abbatte un odioso e laido ciarpame d’uomo (Stacy Keach senza baffi!); 4) una madre petulante (anch’essa difficilmente tollerabile, in carne ed ossa), ma devota e sincera.

Le semplificazioni, qui, sono la cifra della sceneggiatura, eppure il film funziona e, da un certo punto in poi, ti artiglia allo stomaco e non ti molla fino alla fine: vorresti trovarti al posto del figlio (inde)fesso che tenta di comprendere un padre fino a quel momento alieno e sconosciuto, oppure, forse ancor meno realisticamente, vorresti correre fuori dalla sala, per “fare la pace” con i piccoli incubi famigliari, perché il sollievo e l’edificazione personale sono pur sempre bei palliativi.

Quindi, in questo senso, riconosco a quel ruffiano di Payne ottime capacità di sospendere adeguatamente la realtà.

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Tutti i colori dell’on the road / 26 Gennaio 2014 in Nebraska

Che cos’è l’America? L’America è un vecchio derelitto e alcolizzato che si trascina per le stesse strade da cui è sorta, è una vana corsa verso orizzonti già esplorati sorretta dalla senile illusione di trovarvi, ancora e dopo tanti anni, un milione di dollari.

L’America è il Nebraska dell’ultimo, omonimo film di Alexander Payne, fotografato da Phedon Papamichael in un bianco e nero capace di narrare la crisi dei nostri giorni e di evocare al contempo la Grande Depressione, con un parallelismo in apparenza banale, ma mai didascalico.

Ma Nebraska come mette in scena tutto questo? Con la più classica storia di padri e figli, dove gli ultimi si accorgono solo alla fine di non aver mai conosciuto davvero i primi. La performance di Bruce Dern, nei panni dell’anziano Woody Grant, è fatta di sguardi che, lungi dal perdersi nel vuoto, si astraggono dal presente per fissarsi su orizzonti che, per noi come per il figlio David, è possibile osservare solo dopo aver ripercorso le strade perdute del passato.

Nel film di Payne gli anziani sono infatti i veri protagonisti. Dalla moglie di Woody, cattolica e sboccata, ai parenti, vecchi amici/nemici, antiche fiamme, che popolano le strade (e le tombe) della fittizia Hawthorne, cittadina americana di provincia, autentica quanto classica, incline ad accogliere chi torna dopo tanti anni, ma gretta e avida appena se ne presenta l’occasione.

D’altro canto, la nuova generazione di Hawthorne trova i suoi ambasciatori nei cugini di David, rozzi, obesi e ignoranti che, al pari dei loro padri, misurano il valore di un uomo solo sulla distanza che è capace di divorare in ventiquattro ore, perfetti pronipoti della sfrenate corse all’oro ottocentesche, ma ormai senza senso, quale che sia il punto cardinale di riferimento.

Nebraska è un film riuscito perché non tradisce il cuore dell’on the road, dove gli sterminati spazi del mondo non fanno altro che amplificare le vibrazioni nascoste dell’animo. Ma Payne non si accontenta, e ci aggiunge del suo. Grazie agli strumenti della commedia intima e amara, illuminata spesso da sorrisi malinconici, quasi in tonalità di grigio, tratteggia con pochi tratti numerosi personaggi, tutti riusciti. E il film diventa grande.

Quasi grandissimo.

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20 Gennaio 2014 in Nebraska

C’era grande attesa per questo piccolo capolavoro di Alexander Payne, che segue il molto più chiacchierato Paradiso Amaro con George Clooney, che un paio d’anni fa ricevette diverse nominations agli Oscar.
In poco tempo – abbastanza da permetterne comunque il passaggio a Cannes 2013 – Payne ritorna al tema del viaggio con mezzo per conoscersi e conoscere chi ci è vicino e lo fa con estrema delicatezza e sensibilità costruendo una storia semplice, lasciando da parte attori dai nomi ingombranti per affidarsi a gente nuova (WIll Forte) e ad un magnifico Bruce Dern nella parte principale.
Di Nebraska sembra possa esistere anche una versione a colori ed una con un finale leggermente diverso ma spero di non vederle mai, nessuna delle due: la prima perchè il bianco e nero che Payne sceglie di usare è ideale per incorniciare una storia che si srotola attraverso l’America, tra Montana e Nebraska, fatta di bianchi e neri, di ombre di un passato tormentato e luci di un presente che rischia di ripetersi e che ha bisogno di comprendere, di sapere, di avvicinarsi per dare un senso a se stesso.
Il secondo, perchè cambiare il finale di un film del genere non avrebbe significato, se non quello di accontentare chi cerca convenzioni facili e storie banali.
Ma questa non è una storia stupida, sebbene il tono tenda spesso ad alleggeririsi, un pò come la figura di Woody, per certi versi difficile da mettere a fuoco, a cavallo tra demenza senile, ostinazione e ingenuità. Si riesce a conferire un senso profondo al film almeno dopo la prima mezzora e poi progressivamente, fino allla fine, perchè sono i dettagli che normalmente trascureremmo a cementare tutto: la malinconia di una vita vissuta al di là dei programmi e dei sogni che tutti abbiamo trova senso in una carezza ed in uno “stupido idiota” pronuniciato quando non ce l’aspetteremmo e in un modo che rivalorizza un intero rapporto.
Uno sguardo di Bruce Dern (davvero encomiabile la sua prova d’attore) riesce a spiegare una vita intera e il viaggio compiuto al fianco di un figlio che va alla ricerca di un genitore nella stessa maniera in cui un padre cerca un pò di rivalsa sulla vita è il contesto ideale per ripercorrere quella vita in tutti i suoi pregi e difetti.
E il Nebraska di Springsteen sarebbe la colonna sonora ideale per il Nebraska di Payne…

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bello ma… / 19 Gennaio 2014 in Nebraska

Un film sicuramente bello, una descrizione cruda di una certa realtà degli Stati Uniti, in un bianco e nero che esalta perfettamente le immagini di desolazione, i personaggi sono perfetti e sono perfettamente in sintonia che con quello che sembra essere il messaggio del film.
Nonostante il film sia bello ed io lo capisca , a me non è piaciuto, troppo lento e noioso per il umore di quando ho deciso di andare a guardarlo, forse anche la sala che ho scelto ,piena ,di sabato,con rumori ricorrenti ,non hanno agevolato l’accendersi di emozioni.
A volte per guardare un film bello c’è anche bisogno dell’equilibrio del giusto momento nella nostra vita,siamo anche noi attori del film che vediamo,i nostri sentimenti ne fanno parte.

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18 Gennaio 2014 in Nebraska

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

La prima sequenza è illuminante : inquadratura lunga sulla strada di una brutta periferia che un vecchio malandato sta percorrendo baldanzosamente a piedi prima di essere fermato e riportato a casa della polizia. Ma Woody Grant , un vecchio e scorbutico alcolista ormai affetto da demenza senile , vuole assolutamente andare a Lincoln per ritirare il premio di un milione di dollari che lui è certo di aver vinto in base al solito volantino promozionale patacca che custodisce sempre gelosamente in tasca . E dato che le parole della bisbetica moglie a nulla valgono per dissuaderlo da questo folle proposito David , il più giovane dei suoi due figli , accetta di assecondarlo e di accompagnarlo in auto sino a destinazione , cogliendo così l’occasione per ritornare dopo tanti anni al paese di origine del padre e fare visita ai parenti che ancora vi abitano .
Dopo “A proposito di Schmidt” , ma soprattutto “Sideways – In viaggio con Jack “, Payne sembra aver preso gusto con i “road movie” per portare sullo schermo quell’altra America, quella dei grandi spazi deserti e della piccole e desolanti cittadine del Midwest dove non succede niente e dove la cosa più eccitante è ubriacarsi o guardare la TV . Ed anche in questo caso il “viaggio interiore” dei protagonisti , soprattutto quello di David che scopre aspetti sconosciuti della vita del padre , è reso efficace anche per il ricorso al bianco e nero che meglio si adatta alla malinconia crepuscolare della storia. Gli stereotipi non mancano ma il film è sicuramente godibile e Bruce Dern è perfetto nel rendere assolutamente realistica l’acida figura di Woody tanto da essere meritatamente premiato come miglior attore . Ma bravi anche Will Forte ed il redivivo Stacy Keach che non vedevo da anni.

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