Recensione su Natale in Casa Cupiello

/ 20205.917 voti

Non mi piace (questo) presepe / 23 Dicembre 2020 in Natale in Casa Cupiello

Quella che era una tragicommedia dove spirito e dramma si alternano e si mescolano strappando sorrisi a bocca amara, è stata trasformata in una tragedia dai toni pesantissimi e cupi. E’ una rilettura, per carità, ma io non la condivido.
Luca “Lucariello” Cupiello è l’immaturo, l’illuso, l’anima candida che vive beatamente le sue ingenuità (ce lo dice lo stesso Eduardo De Filippo nella clip introduttiva d’epoca) immerso in una realtà ideale, convinto che tutto attorno a sé vada grossomodo bene, a prescindere dai bonari battibecchi con la moglie e il fratello, dai i burberi rimbrotti al figlio scansafatiche e dagli attriti tra figlia prediletta e genero venerato, e la sua preoccupazione più grande è quella, appunto, della preparazione del presepe (simbolo di tutto ciò che è ideale e perfettamente armonico); per questo trovarsi di fronte al crollo delle sue illusioni gli provoca un tracollo fisico senza rimedio – gli prende un colpo, anzi ‘na mossa per dirla alla napoletana (e spero di non aver distorto troppo la grafia corretta dell’espressione). Il Luca Cupiello di Castellitto (e di De Angelis, magari) è invece irascibile, rancoroso verso la moglie detestata, scontento della figlia intemperante, del figlio scansafatiche e del fratello lagnoso, e soprattutto dà proprio l’aria di essere più che consapevole come tutto attorno a lui sia disseminato di macerie, come la sua famiglia sia quanto di più disfunzionale ci possa essere, ma ciò nonostante (anzi, forse proprio per questo) esige che tutti continuino come se ogni cosa fosse perfettamente normale, come se tutto funzionasse come dovrebbe, anche contro l’evidenza; il crollo fisico che ha, allora, non so come spiegarlo se non come dovuto alla forzata presa d’atto del proprio fallimento.
Non ho apprezzato l’immagine data di Concetta, la moglie di Lucariello. Il vero uomo di casa, il pilastro della famiglia, la concretezza personificata, colei che effettivamente si adopera a tenere tutti i pezzi insieme è stata trasformata in un’anaffettiva “casalinga disperata” che contrasta il malsopportato marito a prescindere e che si ubriaca in solitudine; tra i suoi difetti da tipica mamma meridionale (absit iniuria verbis) sempre dalla parte dei figlio anche contro l’evidenza, viziatrice della prole fino all’eccesso, col pallino del “buon matrimonio” per la figlia e sempre pronta ad usare l’arma materna per eccellenza ossia il ricatto psicologico, quello del bere di nascosto ci sta proprio malissimo, a tal punto da snaturare il personaggio che, diciamolo pure, nell’economia della trama ha comunque le sue colpe pregresse nella situazione creatasi in famiglia, ma questo è un altro discorso.
Poco da dire sullo zio Pasquale (lagnoso e fin troppo vittima del nipote, qui, piuttosto che in guerra costante – ma può starci come reinterpretazione del personaggio), su Nicolino (giustamente rabbioso), Ninuccia (non approfondita come invece mi sarei aspettato), Tommasino (l’indisponenza c’è, forse manca un po’ del piglio del bambinone) e Vittorio Elia (alterna momenti di spavalderia e di imbarazzo, giustamente impacciato nel trovarsi inaspettatamente(?) in quel contesto).
Non c’è traccia di leggerezza, mai, e anche quelle che dovrebbero essere battute d’ironia sono divenute frecciate a denti stretti. Il clima è opprimente, la pentola a pressione surriscaldata e sull’orlo dell’esplosione è sempre lì in primo piano sotto gli occhi di tutti. Mancano i momenti che dovrebbero allentare la tensione. Le amenità che si affacciano su una scena altrimenti tragica è il tratto caratteristico di questa “commedia” eduardiana, ed è un tratto che è stato fatto venir meno. Ribadisco, è una reinterpretazione legittima ma che non sento di condividere.
Non mi spiego la necessità di traslare la narrazione dagli anni ’30 agli anni ’50 visto che il nuovo contesto temporale non solo non porta nulla di nuovo alla narrazione ma nemmeno lo si percepisce più di tanto (se non l’avessi saputo dalle interviste di Catellitto in giro sulle reti Rai non l’avrei mai colto da solo, credo), così come appare inutile l’espansione degli spazi visto che si riduce grossomodo ad una sola unica sequenza (le altre sono dei flash) all’esterno della casa e che nulla aggiunge alla trama, all’approfondimento dei personaggi e alla maggiore comprensione delle dinamiche in atto.
Anche il tenore di vita dei Cupiello non appare qui ben chiaro. La povertà è evidente dal loro dormire nell’unica stanza da letto, dal tetto di lamiera della microveranda, dalle pareti lesionate del salone (ci sono dei fori e il telaio di legno – tipico della muratura antica – è a vista in quei punti) e soprattutto dal freddo pungente che avvolge la casa; peccato che tutto ciò cozzi, però, con il mobilio tutto sommato basso-borghese della casa e con la foggia e le condizioni di abiti e soprabiti esibiti dai personaggi (penso all’impeccabile cappotto di Lucariello che sembra appena uscito da una sartoria – sartoria di scena, appunto? – o addirittura alla sua vestaglia bordata di velluto; ma pure il giaccone di pelle da aviatore di Tommasino).
Una nota su Castellitto devo spenderla. Non intendo parlare dell’attore, non mi interessa farlo, ma trovo che il suo fingere un accento campano (non dico napoletano, perché non m’è parsa per nulla napoletana quella parlata ma più simile a quella della sua interpretazione di San Pio nella miniserie Mediaset – e San Pio era di Pietrelcina, che con Napoli non c’entra proprio nulla) abbia contribuito a rendere la sua interpretazione meno spontanea, meno naturale, anzi addirittura forzata. Come forzato m’è parso un po’ tutto il prodotto, in fin dei conti. Il cast non trasmette quell’intimità di famiglia vera, ma solo l’impressione di attori che recitano la parte assegnata.
Peccato per le aspettative alte (e lo dico da conoscitore di quest’opera di Eduardo De Filippo ma bendisposto ad un rifacimento) che avevo.
Insufficiente.

6 commenti

  1. Stefania / 23 Dicembre 2020

    Ma… abbiamo fatto praticamente le stesse riflessioni! (Castellitto a parte)
    Però, mi sembra di capire che tu conosca molto bene il testo originale. Io no. Eppure, vedi che questo adattamento ha suscitato considerazioni simili su diversi punti.
    A fine visione, io ero angosciata, altroché.

    • Noloter / 23 Dicembre 2020

      Più che altro conosco (quasi a memoria) la versione televisiva del ’77, se ricordo bene più fedele al testo originario (se di testo si può parlare – più di soggetto, ecco, visto che come immagino sia noto Eduardo e i suoi aggiungevano battute, gesti, sfumature a seconda del momento) di quella anni ’60 che pure ho visto ma una volta sola, mentre ignoro del tutto le rappresentazioni teatrali tout court. Non mi reputo per niente un esperto in senso letterale. Però m’è piaciuto documentarmi sulla chiave di lettura che lo stesso Eduardo ha fornito per decodificare l’opera.
      Ho letto il tuo commento e in effetti, sì, abbiamo fatto le stesse considerazioni. Come te avevo anche io aspettative alte. Per provare a rispondere ad un tuo interrogativo: è vero che la storia dei Cupiello funziona benissimo come concetto anche nel nostro XXI secolo inoltrato (e non sarebbe stato per niente male se avessero fatto questa scelta), ma ci sono delle tematiche che, credo, sia difficile da incastrare bene (***inizio spoiler***non è più uno scandalo e una sventura epocale rompere un matrimonio come lo era negli anni ’30/’50 (all’epoca c’era, oltre il marchio del disonore, anche il carcere per adulterio se non sbaglio) per dire la prima che mi viene in mente, ma anche l’equivoco della lettera che Lucariello consegna a Nicolino sarebbe difficile da rendere nell’epoca della comunicazione istantanea, per dirne un’altra ***fine spoiler***). Almeno io mi do questa spiegazione 🙂

      • Stefania / 23 Dicembre 2020

        Credo che, con i giusti “compromessi”, anche quegli snodi narrativi avrebbero potuto trovare una giusta collocazione ai giorni nostri. Ma, ripeto, sono sicura che gli sceneggiatori abbiano preso in considerazione la cosa: se potessi, glielo chiederei 🙂

        Senti, non c’entra niente ed è una cosa molto futile, ma anche tu hai avuto l’impressione che sia “successo qualcosa” alla faccia della Confalone?

        • Noloter / 23 Dicembre 2020

          Sicuramente la soluzione a tutto si può trovare, infatti sarei curioso se qualcuno lo facesse davvero. A patto che sia tutto sensato 🙂
          Comunque, come te ho notato pure io un cambiamento fisionomico della Confalone. Io la ricordo col volto molto più affilato di così in Così parlò Bellavista, ma era pure il 1984. Credo che questo sia solo l’effetto dell’avere trentasei anni in più, ecco cosa è “successo” 😉 Non l’ho trovata una roba così strana, se devo dirlo.

          • Stefania / 24 Dicembre 2020

            Sarò cruda XD Io parlavo di ritocchi estetici (ma questo già ai tempi de Il vizio della speranza, sempre di De Angelis). Invece, io la trovo una roba strana, perché, per quanto lei sia una super attrice, da qualche tempo, ho l’impressione che la sua mimica facciale sia cambiata e non mi sembra una cosa legata solo all’età. Non mi sconvolgo, eh, però volevo capire se qualcun altro aveva avuto la mia impressione, niente di che.

  2. Noloter / 24 Dicembre 2020

    @stefania
    Ah, dici? Non saprei proprio.

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