Recensione su Alle soglie della vita

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22 Aprile 2013

Il cinema é la genialitá applicata alla scienza dell’immagine (e del suono).
Quando si rinuncia a tale genialitá, magari pure volutamente, il cinema diventa teatro e non é più cinema.
“Alle soglie della vita” é più un esempio del Bergman regista di teatro che del genio capace di sfoderare due capolavori di cinema come Il settimo sigillo e Il posto delle fragole.
Una sceneggiatura interessante, tratta da una novella di Ulla Isaksson, che affronta il tema della morte e della vita e del loro rapporto con l’esperienza del parto (e di quanto ad esso precede e segue), viene adagiata dal regista svedese su un letto di verismo che non lascia spazio alcuno alla fantasia.
L’intero film é ambientato in una clinica ostetrico-ginecologica e, ad esser precisi, in poche sale di essa. Niente musica. Nessuna inquadratura ad effetto.
Bergman si limita a riprendere le (peraltro bravissime) interpreti che riproducono visivamente la sceneggiatura.
Piccolo inciso sulle attrici: il doppiaggio arcaico in italiano rovina parecchio la resa interpretativa e bisogna ringraziare il fatto che le scene censurate (peraltro una censura ridicola) sono state inserite in lingua originale. Ecco: se pensate di vedere questo film, meglio vederlo in lingua originale con sottotitoli, e ci si guadagna moltissimo in termini di interpretazione.
Il film è stato finanziato in parte dal governo svedese in occasione di una campagna contro l’aborto e ciò spiega il buonismo finale a fronte della (doppia) tragedia.

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