Recensione su Muffa

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19 Maggio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Muffa, che in turco tra l’altro si scrive “kuf” e mi sembra una molto buffa parola, è quella che si forma nel cesso di Basri, e parallelamente negli interstizi lasciati all’oscuro della società turca. Basri è questa specie di patatone anzianotto, una specie di turkish Mr. Potatoe. Tra l’altro i turchi sono gli unici che portino ancora così tanti baffi, ma vabbè. Il patatone di mestiere, believe it or not, fa il guardiano dei binari della ferrovia. Proprio nel senso che li percorre e li guarda. Ogni mese scrive a polizia e governo per chiedere che fine abbia fatto il figlio, fatto sparire quasi 20 anni prima per le sue posizioni antigovernative (si capisce che c’entra qualcosa il Kurdistan anche se esplicito riferimento non viene fatto mai). Per questo pure Basri viene ancora regolarmente pestato, interrogato, robe così. Un poliziotto quasi normale finalmente lo aiuta, a recuperare i pietosi resti. Attraverso una burocrazia che non chiede scusa e a cui lui è del tutto estraneo. Perché i due mondi si contrappongono, quello della solitudine e del dolore, oltre che dei binari che percorrono enormi e bellissimi paesaggi turchi, col patatone che li percorre, e quello della polizia, della modernità e degli uffici bianchi; senza muffa. Nel suo mondo Basri è epilettico e provoca la morte di un collega che odia. Ma non importa, e le ferite di cui parla il film sono quelle di un periodo storico in cui la gente veniva fatta sparire e di rese dei conti non ce ne sono state, e la questione la si affronta di lato e si invita tristemente a chiedersi il perché.

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