Recensione su Motherhood - Il bello di essere mamma

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15 Gennaio 2014

Manhattan, giorni nostri, Eliza (Uma Thurman) è un’ultraquarantenne coniugata e con due figli piccoli, dei quali si occupa presumibilmente a tempo pieno. Ama scrivere (gestisce anche un blog, la sua “pillola contro la depressione”)e prima di diventare madre scriveva, oltreché per passione anche per vivere. Scopre per caso un concorso online che premierà il miglior elaborato di 500 parole sul senso della maternità con un lavoro ben retribuito nella redazione di un magazine per famiglie. Manco a dirlo Eliza decide di partecipare. In un giorno dovrà svolgere tutte le classiche faccende quotidiane, organizzare il sesto compleanno della figlioletta e trovare il tempo per buttar giù 500 parole che in modo del tutto personale ed esaustivo descrivano cosa significhi essere madre.
Il film ha una trama piuttosto banale, presenta alcune scene decisamente improbabili, come la lite fra la protagonista e un automobilista che si trasforma in pochi secondi in mutua comprensione e compassione o la breve fuga da tutto e da tutti per futili motivi. Non manca tuttavia qualche trovata carina come il passaggio davanti all’edificio, attorniato da fans, dov’è stata girata la serie “Friends” o la discussione sui “nomi alla Edna”, nomi altisonanti, poco comuni o comunque particolari, “nomi da bibliotecaria lesbica” (cit.) che taluni genitori si ostinano a mettere alle proprie figlie.
Tolto questo, la protagonista è indigesta, senza dubbio il peggior personaggio interpretato dalla Thurman… una cafona che non raccoglie gli escrementi del proprio cane, che abbandona la macchina col figlio di 2 anni all’interno per mettersi a litigare con uno sconosciuto, una donna che sputtana le più intime confessioni della migliore amica su un blog avendo premura di citare i nomi reali… Un personaggio molto, troppo, ordinario insomma. Da una attrice di indiscutibile bravura che ha dato il volto a personaggi di culto come Mia Wallace e “The Bride aka Black Mamba aka Mommy aka Beatrix Kiddo” tanto per citare i titoli di coda di “Kill Bill vol.2” ci si aspetterebbe un po’ di fiuto in più nella scelta dei copioni.
Flop totale ai botteghini, quasi da Guinness dei primati.

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