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Madre!

/ 20177.1176 voti

M / 30 Luglio 2019 in Madre!

Allegoria religiosa (con sostrati di metafora artistica e politica, invero non esattamente sviscerati) tagliata con un’accetta che più spessa è difficile da immaginare.
Se la prima metà è tutto sommato un discreto film di tensione (al di là della nauseante mdp attaccata ai corpi), la seconda, ovvero dal momento in cui la parte simbolica diviene preponderante, è a dir poco insopportabile: una miriade di personaggi secondari fintissimi che rispondono all’esigenza allegorica ma che dimenticano di essere anche parte di una storia hic et nunc, un Bardem passivo o iperattivo alla bisogna (come il dio veterotestamentario, lo concedo, ma si poteva renderlo decisamente più credibile), Jennifer Lawrence che scopre di essere incinta a poche ore dall’amplesso (perché se lo sente), due lunghe scene praticamente identiche (il funerale prima, l’incontro coi fan poi, che ne è l’estrema e ridicola evoluzione) e soprattutto tanta tanta noia.
Fischiato a Venezia, deriso a Toronto, se ne capisce bene il motivo.

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Voto 8 / 2 Febbraio 2019 in Madre!

Una coppia, composta da marito (Javier Bardem) e moglie incinta (Jennifer Lawrence), vive in una grande casa isolata collocata in quella che parrebbe una campagna. Lei si occupa della ristrutturazione di questa, in attesa dell’arrivo del nuovo figlio, mentre lui, scrittore, lavora al suo prossimo libro. Tutto sembra procedere in modo tranquillo finché una bizzarra coppia di sconosciuti non fa il suo ingresso nelle vite dei due sposini.

Ho letto tantissimi pareri contrastanti a riguardo, ma io invece sono profondamente convinta che questo sia un film pazzesco, sconvolgente, disturbante e intenso. Sono passata dalla rabbia, alla confusione per arrivare al dolore e ad un finale stupore.
Lo spettatore si trova catapultato in un incubo delirante ed è spinto, fino alla fine, a dubitare di tutto quello che accade sullo schermo. Jennifer Lawrence è strepitosa ed è, secondo me, questa, fino ad ora, la sua migliore interpretazione. Il modo in cui esprime rabbia e sofferenza restano facilmente impressi tra mente e cuore. Io sono rimasta letteralmente senza parole.

Tutto si svolge all’interno di quella casa che i due stavano trasformando nel loro nido d’amore e che invece diventa, via via, un claustrofobico, affollato, inferno.
Il film, mi permetto di dire, è di impossibile interpretazione certa. Tutto scorre senza un perché, tutto è simbologico e spiazzante e a noi non resta che godere delle fortissime immagini e della bravura del cast.
“Mother!” non è solo un film, è un’esperienza indimenticabile e scioccante, è un’opera d’arte che, purtroppo, non tutti sono destinati ad amare. Ma d’altra parte tutti i film del regista sono intricati e, per un verso o un altro, sconvolgenti.

Per quanto concerne me, confermo il mio profondo amore per Aronofsky.

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Il racconto biblico dell’arte / 15 Gennaio 2019 in Madre!

Premessa: non amo particolarmente questo regista dal nome impronunciabile e inscrivibile mi sono piaciuti veramente tanto solo un paio i film, in più il suo ultimo lavoro era stato quella porcheria immonda di Noah: quindi non avevo grandi aspettative.
Invece è un bel film, un po’ pretenzioso ma efficace. Ha diviso molto il pubblico c’è chi grida al capolavoro e c’è chi lo ha odiato.
Il racconto è palesemente sia una rilettura della Bibbia (Partendo da Adamo ed Eva, Caino ed Abele e infine proprio Cristo , il bimbo mangiato) sia allegoria del percorso artistico con Jennifer Lawrence che rappresenta sia la terra, che la musa entrambe usate sfruttate fino al massimo e poi abbandonate. Ritengo che le metafore usate non siano così criptiche e nemmeno così originali, ma sicuramente interessanti
Aronofsky usa molta macchina a mano, specialmente all’inizio dove riprende soprattuto la Madre con soggettive poi sempre distorte. Il film è molto cupo e va dalla tragedia all’horror con un senso di ineluttabilità tipico della prima, infatti già dall’inizio sappiamo come andrà a finire. In questo mi ha riordato Melacholia del già Lars von Trier, dove nella prima inquadratura ti mostrava la fine del film, come a sottolineare l’impossibilità di cambiare il corso degli eventi.
Stessa cosa succede in questo film la madre (una ottima Jennifer Lawerence che di solito non mi piace) subisce il suo destino, pur cercando di combattere ne soccombe come la terra(rappresentata dalla casa) è in balia di un’umanità peccaminosa.
Questo film s’inscrive perfettamente nella filmografia del suo regista, che si manifesta come indagatore della psiche umana nei suoi lati più perversi, tortura quasi i suoi personaggi (Basti pensare al Cigno nero o a Requiem for a dream), indagano nelle zone più losche dell’umanità, la sua natura maligna dell’umo.
E’ sicuramente un regista interessante e in crescita, ecco la mia sensazione è sempre quella di voler essere sì distruttivo, si perverso ma di riuscirci fino ad un certo punto.
Qui l’intento gli è riuscito e ci sono delle scene davvero forti, come quella del bambino.
Tra le vari chiavi di lettera quella che ho trovato più interessante non è stata quella biblica ma quella dell’ispirazione artistica.
L’artista usa la sua musa, che può essere la sua vita stessa, e tutto è messo in funzione dell’arte, poi la sua stessa opera (rappresentata dal bimbo) viene data al pubblico e fagocitata da esso, come se non appartenesse più a nessuno. Forse anche per questo film è accaduta la stessa identica cosa.

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L’Apocalisse nel labirinto / 2 Marzo 2018 in Madre!

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Viva viva Aronofsky, che mi intriga, che mi conturba e che mi turba, che mi lascia giorni a soffriggere nelle riflessioni, che stimola la mia fantasia e la mia memoria, che mi porta su una strada e poi su un’altra e su un’altra ancora.
Di tutti sentieri che Madre! invita a percorrere, a me è piaciuto imboccare quello lastricato dal concetto di creazione artistica.
Esulando dalla metafora religiosa che lo stesso regista, secondo me sardonicamente, ha suggerito sia la chiave di lettura univoca (?) del film, sono rimasta affascinata dalla rappresentazione dell’artista, del processo creativo e delle implicazioni a livello sociale che si appaiano al tema.

In quest’ottica, il personaggio della Lawrence è perlomeno trino: musa (“Ispirazione, dov’eri finita?”, le domanda l’editrice/Kristen Wiig, appellandola con un’apposizione precisa), dea (lo scrittore-poeta/Bardem, la chiama spesso così), compagna.
Con la sua sola presenza, questa donna fornisce la materia creativa all’artista e, per amor suo (“Lo ami davvero. Che Dio ci aiuti”, dice l’intrusa/Michelle Pfeiffer) e della sua Arte, capace di commuoverla, accetta più o meno consciamente limitazioni, costrizioni (nel film, è l’unico personaggio che non può uscire dalla casa), sacrifici e ingerenze.
Non è lei a partorire: lei è il veicolo transeunte e incosciente dell’Idea/dell’Opera che germina grazie all’artista, che prende forma in lei, ma è lui a porre il seme, a vedere ciò che gli altri non scorgono se non quando tutto (l’Opera artistica) si è compiuto, per essere cannibalizzato dal pubblico in un rito isterico di consumo collettivo.

Quanto e perché l’Opera merita di essere condivisa?
La Lawrence chiede insistentemente a Bardem di restare solo con lei, ma lui è inebriato dalla notorietà, dal successo, dall’investitura a eroe della cultura concessagli da critica e pubblico.
Immagino che con questo film Aronofsky abbia rappresentato le sue inquietudini sul suo stesso mestiere. Il risultato di unatto intimo (l’unione tra la musa e l’artista) diventa oggetto di speculazione, critica, irrisione, esaltazione da parte di una platea ignorante (tale poiché non può conoscere appieno la genesi e le motivazioni della creatura artistica e non perché non sia sufficientemente colta o intelligente).

Il ruolo invidiato e odiato della compagna dell’artista si esplica nella furia che la gente riversa sul personaggio della Lawrence: lei, forse, conosce i segreti dell’Opera; certamente, lei ha preso parte alla sua creazione; un giorno, desiderosa di esclusiva intimità, potrebbe convincere l’artista a non lavorare più (l’editrice è pronta a spararle); è una figura privilegiata e, in quanto tale, merita disprezzo e accanimento fisico violento.

Il suo sacrificio finale è l’apice della sua comunione autodistruttiva con l’artista.
La rinascita del mondo domestico dello scrittore-poeta con una donna di aspetto diverso che si risveglia nel letto occupato inizialmente dalla Lawrence, in questo senso, la intendo come la trasposizione su carta dell’esperienza vissuta, la trasformazione della Vita in Opera.

Il tema della metamorfosi e del sacrificio supremo nel nome dell’Arte, già esplicitatosi ampiamente ne Il cigno nero, trova in Madre! un’ottima rappresentazione circocentrica, labirintica, apocalittica.
Un cortocircuito stimolantissimo.

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Filosofia, arte, vita / 19 Febbraio 2018 in Madre!

Se l’arte è il fluire incontenibile delle proprie emozioni, Aronofsky con questo film ha toccato vette artistiche altissime: l’eterno ritorno dell’uguale, il ciclo ineluttabile della vita, la morte disgregante e la vita rigenerante sono tutti elementi che si mescolano, portando alla luce un film denso, angosciante, ricco. Intrattenere significa anche e, mi auguro, soprattutto portare lo spettatore a porsi delle domande, a riflettere sul proprio essere io nel mondo, io del mondo. Io lo farei vedere ai miei (ancora ipotetici) studenti di Filosofia.

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Mi spiace per chi non lo ha capito / 18 Febbraio 2018 in Madre!

Già… mi spiace perchè è difficile realizzare un film simile. Riuscire a farlo “gustare” a tutti. Non siamo per fortuna tutti uguali. Non è una questione di essere più o meno cervelloni. E’ una questione di gusto ed empatia. Soffermarsi però solo alla visione, senza captare cosa il regista stia cercando di far capire è un pò da pigri. Io stesso non sono un amante dei film alla David Lynch, dove devi trovare il senso delle cose o rimettere insieme i pezzi apparentemente incomprensibili ma qui, con “Mother”, il discorso è differente. Come dicevo all’inizio è difficilissimo realizzare un film simile. Quasi ogni discorso cela il significato di qualcosa di molto profondo o quanto meno si rifa a discorsi profondi che si ricongiungono alla fine e che vanno oltre a ciò che vediamo durante il film!
Sostanzialmente il Poeta (in crisi) è Dio, che ha bisogno di essere adulato, che non riesce ad odiare nessuno nonostante tutto, che non riesce a proteggere “lei”, la giovane moglie, “madre” natura. Durante tutta la pellicola non hanno nomi, sono semplicemente Lui e Lei, cosa a cui si fa caso solo alla fine. Vediamo episodi in cui si celano messaggi di puro riferimento biblico, come Adamo ed Eva, Caino e Abele, il cerchio della vita, il fanatismo religioso, la depredazione, la violenza, la distruzione di “madre” natura.
Film davvero intenso…. non vi nascondo che sono arrivato alla fine quasi senza capirci nulla…… ci ho riflettuto 2 giorni prima di dargli un voto e scrivere questa recensione. Secondo il mio modesto parere, uno dei migliori film degli ultimi 20 anni.

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Non ci ho capito assolutamente niente / 12 Febbraio 2018 in Madre!

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Non sono un fan di questi film , alla David Lynch per capirci. Tutti strani , interpretativi , metaforici , fuori di testa… ci siamo capiti.
Questo però fa eccezione , perchè mentre forse gli altri un qualche senso lo avevano e io – persona sempliciotta, che quando guarda un film vuole una TRAMA chiara e non da “assemblare”- forse non l’ho capita ,questo Mother! invece mi ha lasciato totalmente inebetito dall’inizio alla fine.
Non ho capito il genere… un pò horror con la casa sanguinolenta , un pò comico , un pò drammatico , molto grottesco ,a tratti noir , più fantasioso che fantascientifico…Boh.
Non ho capito la trama , non ho capito il messaggio , non ho capito gli ultimi 30-40 min di follia – forse metaforica .
Non c’ho capito letteralmente nulla.
L’unica cosa che mi è rimasta è una grande interpretazione della coppia Lawrence + Bardem , questo si.
Ed è l’unico motivo per il quale ho guardato fino alla fine questo delirio di fim , nonchè l’unica motivazione per la quale non gli do un voto ancora più basso.

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Non per tutti. / 28 Gennaio 2018 in Madre!

Premetto con il dire che questo non è un film per tutti, si necessita di un certo bagaglio culturale per vederlo e soprattutto per comprenderlo.
Aronofsky dopo il flop(mia opinione personale) di “Noah” ritorna con un film disturbante, angosciante, intenso, profondo e metaforico che come ho scritto sopra va interpretato e non visto con superficialità.
Più che un film sembra un quadro, visivamente perfetto, con molti riferimenti biblici(La Natura, Dio, Caino e Abele, l’Eden, la creazione del mondo, la sua distruzione e successiva rinascita).
Un film allucinante e tecnicamente spettacolare(gli ultimi trenta minuti sono un qualcosa di delirante) dove vi ho visto tanto di Roman Polanski, di Alfred Hitchcock e di Andrezey Zulawski ma mi rendo conto che per molti è troppo.
L’interpretazione di Jennifer Lawrence è molto intensa e viscerale, meritava un posto tra la cinquina delle migliori attrici protagoniste in corsa per gli Oscar(incredibile invece che l’abbiano candidata ai Razzie Award).

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L’ineluttabile rinascita / 18 Dicembre 2017 in Madre!

Più di domandarsi se Aronofsky abbia convinto o meno, vi è da chiedersi se il regista di ”Requiem for a Dream” e ”The Wrestler ”sia sempre lo stesso. Se il suo stile e la sua visione serpeggi anche in questa pellicola, commedia dalle tinte fosche che sfocia in un angosciante thriller.
Se appunto, non siano gli spettatori ( o una parte della critica ) ad essere cambiati, e a definire quest’opera come ”azzardata”, o stilisticamente audace.
In realtà Aronofsky è presente più che mai in Madre!, con le sue claustrali riprese, che attanagliano l’ambiente, cingendolo in pochi centimetri di respiro.
E’ presente nella ”densità” dei sospiri, centellinati in riverberi di pensieri, mai così evocativi, da generare immagini e suoni atavici.
Una pellicola in cui regna un’estetica rigida, spartana, eppure blandamente sommessa, soggiogata dai suoi stessi stilemi, che si rincorrono nella esasperata ( e disperata ) ricerca di un nuovo inizio.

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La Droga del Virtuosismo / 12 Dicembre 2017 in Madre!

Cinema di carne, sangue e sesso, ma soprattutto di sgomento per forza e a tutti i costi, insomma Aronofsky lupus in fabula perde il pelo, ma non il vizio e nel marasma teologico al sapor vegan conduce prevedibilmente verso il pretestuoso e vacuo.

Ancora non saprei….. / 3 Dicembre 2017 in Madre!

Do una semplice sufficienza perchè comunque mi ha affascinato, mi ha tenuto attento tutto il film, nonostante sembri un film pieno di caos ma con una certa logica.
Ancora oggi, a un paio di mesi dalla visione, non so dare un giudizio se questa pellicola sia o meno un capolavoro. O comunque non riesco a dare una valutazione oggettiva.
Non lo so, mi ha fatto pensare a varie interpretazioni, a molte idee (la donna solo per uso procreativo, l’onnipotenza dell’essere umano, la denigrazione dei figli, l’importanza che si da alle religioni, il poco spazio che teniamo per la nostra vita privata, l’indifferenza nell’amore, la famiglia…) e tutto questo riporta all’importanza della “madre” che il titolo ci ricorda, come se fosse lei la colla che tiene tutto unito ma il motivo di una spirale di rovina.
La Lawrence però si merita davvero un Oscar. Brava brava!

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Madre Ispirazione e l’opera-bambino / 18 Ottobre 2017 in Madre!

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sul conto di “Mother!” abbiamo letto davvero di tutto.
Un film controverso, com’è stato definito dai più; oppure incomprensibile, a detta di altri. A confondere le acque, introducendo un forte elemento pregiudiziale, è stata la pessima accoglienza al 74° Festival di Venezia, in una proiezione villanamente coronata di fischi e di cori scontenti, il cui vantaggio può essersi rivelato quello d’incrementare la curiosità generale nei confronti della pellicola scritta, diretta e co-prodotta da Aronofsky. Purtroppo la distribuzione sul territorio nazionale ha disatteso le aspettative, tanto da relegare l’opera in pochissime sale cinematografiche, complice una storia complessa, aperta ad ogni genere di surrealismo, la cui visione somiglia ad una ribollente camera magmatica dove tuffarsi senza troppi indugi (com’è lo stesso regista a consigliare), e da sottoporre al vaglio della critica poco alla volta, nei giorni successivi. Non a caso scriviamo questa riflessione dopo oltre una settimana di pensieri sparsi, non ritenendo d’esserne venuti propriamente a capo, ma d’aver comunque raggiunto un certo equilibrio analitico. E tutto questo avviene, a parer nostro, perché “Mother!” è una scheggia sfuggita al controllo dell’autore, senza che ciò ne rappresenti un indebolimento, anzi, favorendone un arricchimento assai insperato: si potrebbe dire che “Mother!” fornisca da sé una prova di quel meccanismo che involontariamente dimostra o suggerisce. La fitta intessitura allegorica, infatti, innesca un processo ermeneutico molto particolare, autonomo rispetto alle cosiddette “dritte” elargite, pur con reticenza, dallo stesso Aronofsky sul senso della sua creazione.
Procediamo con ordine.
La vicenda è ormai nota, ma la riassumiamo brevemente: una villetta circondata dal bosco costituisce la tana d’uno scrittore in crisi (Javier Bardem), qui rifugiatosi assieme alla sua bellissima compagna (Jennifer Lawrence). Entrambi sembrano trascorrere la loro esistenza in modo abbastanza sereno, malgrado qualche inquietudine a causa della frustrazione dell’uomo (definito soltanto col pronome Lui, e mai chiamato per nome), mentre la donna si dedica a restaurare gli interni della dimora che un incendio ha distrutto in precedenza. Ed ecco il fulmine a ciel sereno: un’altra coppia sposata (interpretata dai conturbanti Ed Harris e Michelle Pfeiffer), casualmente di passaggio per quella zona, rovescia un grumo di spudoratezze e di drammi familiari sullo scrittore e sulla sua compagna, gettando lo scompiglio dentro la casa. Rapidamente ne deriva una folle spirale di avvenimenti dalla portata sempre più parossistica e apocalittica, tra omicidi e funerali, esplosioni e barricate, anomale invasioni ed orge adoranti: l’atmosfera si carica, si contorce ed esplode come una bolgia dantesca. In questo flusso sconnesso scorgiamo Lui abbandonarsi ad un gioioso delirio di onnipotenza; e vediamo lei prima uscir gravida, poi partoriente (dunque Mother!), infine testimone sgomenta della cannibalizzazione cui viene sottoposto il figlio appena nato. Ce n’è, insomma, per tutti i gusti, giacché una sola linea narrativa sembra condensare, fino a rendere indistinguibili, generi assai diversi: commedia, tragedia e teatro dell’assurdo, ma anche thriller, horror e addirittura disaster movie, in un vorticoso Maelstrom dal quale è difficilissimo che lo spettatore riemerga grazie alla sola forza delle proprie braccia, ossia alla virtù della propria logica immediata. Confusione e perplessità sono inevitabili, nel migliore dei casi; e se si è superficiali o poco volenterosi, si può facilmente cedere allo scetticismo o persino all’ilarità stordita; mentre al di là di queste reazioni, ancor decenti o per così dire signorili, ecco aprirsi il baratro dei fischi e delle urla, qualora si sia bacchettoni, moralisti o reazionari del cinema.
Com’è ovvio, nelle intenzioni dell’autore il senso esiste, e stando alle dichiarazioni rilasciate, esso andrebbe individuato all’interno delle Sacre Scritture, precisamente nel libro della Genesi: l’identità di Lui si dissolverebbe allora nella figura di Dio; la Madre assumerebbe connotati universali, ergendosi a pura rappresentazione della Madre Terra; e la coppia d’intrusi diverrebbe quella di Adamo ed Eva, affiancata dai due figli irrequieti, l’uno primo assassino della storia umana, e l’altro prima vittima, ossia Caino ed Abele. Tali coordinate basilari consentirebbero di completare perciò la ricostruzione circostante, attraverso i momenti topici del peccato originale, della cacciata dal Paradiso Terrestre, e così via, fino alla nascita del Cristo immolato ed eucaristicamente divorato. Non è difficile ritenere pertinente una simile chiave di lettura. D’altronde, se l’origine ebraica di Aronofsky è cosa nota, la sua vicinanza al tema divino si era già palesata in due lavori precedenti (tralasciando una certa riflessione metafisica quasi onnipresente in tutta la sua filmografia): “π – Il Teorema del Delirio” (1998), lungometraggio d’esordio capace di coniugare brillantemente giallo spionistico, enigma informatico e febbrile atmosfera da indagine teologica; e “Noah” (2014), pellicola abbastanza convenzionale, di totale derivazione biblica, forse per questo motivo contrassegnata da una deludente messa in scena. Eppure stavolta la sostanza metaforica che permea il film in profondità, scongiura una fredda semplificazione religiosa, col rischio altrimenti di depotenziare, e non poco, l’energia visionaria di cui gode l’opera. Energia che fluisce precisamente in questo gioco polisemico, sul fondo del quale non è possibile rintracciare alcun significato letterario, cioè nessun livello narrativo essenziale: la storia, stabilita per convenzione da una serie di rapporti di causa-effetto, e dunque di azioni razionalmente connesse tra loro, non esiste, né vanta una qualche linearità. Ciò ben diversamente da quanto avveniva in un altro film come “Black Swan” (2010), nel quale, pur con un’evidente stratificazione di senso, la vicenda della ballerina protagonista procedeva attraverso una selva di simboli e trovava una sua estrema conclusione, tale da non intaccare comunque la comprensione dell’insieme. Qui, al contrario, assistiamo ad un corto circuito, giustificato peraltro dalla struttura circolare della materia raccontata, con una sorta di eterno ritorno che, avviato fulmineamente dal prologo, vien quindi ripreso nell’epilogo, e da lì a sua volta, com’è lasciato intendere, diventa premessa d’un nuovo arco evolutivo. Sia in “Black Swan”, quanto in “Mother!”, è evidenziabile una disposizione a climax, ma nel secondo caso l’apice resta irrisolto dal punto di vista logico. Le analogie tra le due pellicole, in realtà, procedono ben oltre un livello formale (le si può cogliere anche nella fortissima somiglianza delle rispettive locandine, dove una lunga crepa, simbolo di scissione e frammentazione interiore, percorre i volti delle protagoniste), e gli echi tematici sono altrettanto innegabili: ambedue le donne obbediscono ad un criterio assoluto (e assolutorio) d’Arte e Bellezza.
Torniamo perciò al fulcro della questione: il senso da attribuire al film. Ne esiste davvero uno? E soprattutto, è forse quello suggerito da Aronofsky? Non per forza. O meglio, non conviene a nessuno che un tale senso risolutivo ci sia: non al regista, il quale vedrebbe decisamente svilita la straordinaria forza del suo film – quella spinta prolifica a far dibattere gli spettatori, non solo a fine proiezione, stando ancora nella sala del cinema, ma a lungo sui forum e durante le conversazioni quotidiane; e nemmeno conviene agli stessi spettatori, i quali, ricevendo un lapidario Hic est, probabilmente ne trarrebbero un’impressione delusa. Ecco il segreto del Surrealismo, tramandato dall’era di Buñuel fino a quella di Lynch; ed ecco come motivare la reticenza di Aronofsky nel consegnare precise chiavi d’interpretazione. Ed il segreto è appunto questo: mai alcuna lettura ha valore determinante. Per accorgercene, basta applicare la Bibbia, come si è abbozzato sopra, alla materia cinematografica di “Mother!”, riducendo l’insieme ad un mero gioco di associazioni, ad uno schema piuttosto ingessato non appena si siano chiarite le identità dei vari personaggi, nonché contraddittorio e imperfetto riguardo certi dettagli (ad esempio: perché si mostra Harris/Adamo essere malato ben prima della cacciata dal Paradiso? La mortalità non scaturisce forse dalla condanna successiva al peccato originale? E inoltre, quale ruolo gioca la Madre Terra nel parto di Cristo? Come bisogna intendere la trasformazione ciclica della Madre Terra, incarnatasi puntualmente in una donna diversa?) Difficile non sorridere di fronte ad alcune recensioni, fioccate qui e là, in cui si è cercato ingenuamente di stabilire x = A e y = B, contribuendo così ad isterilire la percezione del film; stesso discorso laddove si sia tentato di sottolineare il presunto valore ecologista legato al tema della Madre Terra, con spirito francamente ingenuo; ed è questo il rischio che si corre al gioco surrealista, nella cui arena il relativismo, seppure armato delle migliori intenzioni, può spesso sconfinare nell’anarchia.
Tuttavia non intendiamo negare che una precisa lettura si sia consolidata da parte nostra, e che essa differisca molto da quella di Aronofsky, non al punto di rovesciarla, ma quasi. Nessuna arroganza o superbia nelle parole di chi scrive; al massimo, un’estrema venerazione per l’Arte e per la sua imprevedibilità. E ciò è perfettamente collegato a quanto posto in apertura: “Mother!” è un classico esempio di opera sfuggita al controllo dell’autore, provvista d’un valore quasi tautologico. Così, per noi, Bardem non interpreta il Dio dell’ebraismo o della cristianità, bensì un dio più modesto, padrone dell’universo che crea, almeno fin quando non lo consegna in pasto al pubblico: ed è l’artista tout court. Dunque un artista asserragliato nella sua torre eburnea, una torre eretta a metà di quel sentiero che congiunge un’opera ad un’altra, laddove il creatore si strugge roso dal demone dell’horror vacui, con affianco la sola compagna che gli sia davvero necessaria: lei, protagonista indiscussa, ad ogni istante racchiusa nei campi strettissimi delle inquadrature, e cioè l’Ispirazione (come tale appellata in un paio d’occasioni durante il film; né tanto meno, se si pensa alle vite di numerosi artisti, bisogna dimenticare come talora l’Ispirazione abbia vinto la rarefazione dell’ideale, riuscendo emblematicamente a coincidere con una precisa donna, fornace e nutrimento sensoriale per il poeta ed il pittore). A riprova di ciò, si badi ad una curiosa ambiguità che avvolge Bardem. Costui da una parte sembra essere un romanziere, quando scrive e compone d’impeto tra mille cancellazioni furibonde; altre volte, invece, somiglia parecchio ad un poeta (il foglio che consegna alla compagna, non appena le annuncia di aver ultimato la sua ultima creazione, è unico; ed il nome con cui, a partire dalla seconda metà del film, viene osannato il personaggio, è sempre quello di Poeta); ma addirittura lo scorcio della sua stanza, dove egli ha affisso varie pagine vergate a grandi caratteri neri, ricorda inevitabilmente lo studio d’un pittore alle prese coi suoi bozzetti. Coltivando questa lettura, la dimensione della casa – su cui insiste l’assenza di musiche, e la predominanza di suoni e rumori domestici, quali i cigolii dei pavimenti in legno o il fischio d’una teiera lasciata sul fuoco – non rappresenta altro se non il Tempio dell’artista, un luogo di culto fondato e curato dall’Ispirazione medesima, e nondimeno destinato a sprofondare al termine del flusso creativo. L’incendio purificatore è dunque inesorabile non appena da un’Idea si passi ad un’altra, e l’Artista si trovi a raccogliere le ceneri dell’opera conclusa, pronto a sublimarle assieme – il processo si avvicina ad un rito alchemico – come fossero una gemma, una rassicurante reliquia da cui divenga impossibile distaccarsi: il peso del lavoro precedente, verso il quale si prova un misto di orgoglio e di fastidiosa contesa, inaridisce per qualche tempo l’estro dell’Artista, e lo mortifica; poco importa che nel frattempo si sia raccolta una nuova Ispirazione, per adesso ancora latente. Finché d’un tratto non sopraggiungono nuove figure, nuovi personaggi in grado di frantumare quanto sopravvive del vecchio idolo, sebbene con la violenza del trauma, ed essi stimolano il creatore, e rinfocolano l’Ispirazione. Eppure anche la nuova Ispirazione è destinata a bruciare, e quindi a sublimarsi, secondo le regole d’un processo inesauribile; e siamo di nuovo daccapo. Ma adesso sappiamo come funziona. Dietro la coppia bizzarra costituita dal padre morente, dalla moglie provocatrice e dai figli in conflitto, ecco allora profilarsi una vera compagnia pirandelliana di “personaggi in cerca d’autore”, i quali se da un lato vengono accolti con sospetto dall’Ispirazione rivolta ad una salvaguardia morbosa, tipicamente materna, dell’ambiente familiare, dall’altro vengono sin da subito salutati con ammirazione dall’Artista, desideroso di ascoltarne le storie che riverserà nelle proprie opere. Non a caso, Lui si unisce alla donna soltanto quando l’intera processione è andata via, il funerale si è concluso, e dunque l’Ispirazione, adesso fertile, può esser fecondata; dopodiché si verifica una grossa cesura narrativa che proietta in avanti la storia, presumibilmente di nove mesi. In questo modo l’Ispirazione, al termine della gravidanza, assume il ruolo di Madre del bambino-opera. Il figlio vien però sottratto all’abbraccio materno, per poi essere affidato al caos del mondo, alla dimensione rissosa e sconvolgente del reale, e quindi al mercato della vendita e della pubblicità, laddove il pubblico, nel suo processo di selvaggia idolatria, non fa altro che determinare una brutale distorsione del senso originario posto dietro l’opera, specie nella moderna società di massa: chi fruisce dell’Arte, infatti, necessariamente esercita una forma d’ermeneusi, peraltro molto spesso frenetica, e così facendo divora la creazione, la mastica e la inghiotte. Ne avanza una roba amorfa, irriconoscibile, lontanissima dallo stadio perfetto e assoluto quale appariva agli occhi della Madre: il bambino-opera si trasforma in un corpicino scarnificato. E l’Artista? In virtù della sua natura profondamente umana, vale a dire narcisista, egli non può sottrarsi alle lusinghe e all’assedio della fama, e per quanto talora lo affascini un maldestro tentativo di fuga, sempre prevale in lui l’amore smisurato per l’uditorio nel quale specchiarsi (non siamo mai troppo lontani dall’amato/odiato lettore di baudelairiana memoria); così l’Artista non esita a consegnare il suo lavoro al martirio, consapevole che, alla fine di tutto, la partita si azzererà.
A questo punto è facile intuire in che modo la nostra lettura non escluda una valenza religiosa, ma la consideri sovrastruttura, un ornamento da contestualizzare e laicizzare, funzionale ad un senso più celato: le affinità bibliche, insomma, non debbono distrarre dal contenuto latente. Aronofsky, da parte sua, è simile a Bardem: produce un film, e lo porge alla sua platea, senza poter evitare che lo sciame critico lo avvolga, lo disprezzi e lo distrugga, oppure se ne appassioni e lo affini al punto da ricavarne qualcos’altro, qualcosa che magari già esisteva sopito, sfuggito allo sguardo del suo stesso Dio, e dunque riscoperto per pura casualità, o forse per una strana astuzia dell’Arte. Ed è questa la maledizione d’ogni grande artista; ma anche, talvolta, la sua più grande fortuna.

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Madre! e Darren Aronofsky: sul nuovo corso del cinema occidentale / 9 Ottobre 2017 in Madre!

La mia recensione di Madre!

http://www.partedeldiscorso.it/2017/10/madre-darren-aronofsky/

Mi ha stupito / 4 Ottobre 2017 in Madre!

Non capisco la cattiveria con cui molte persone hanno condannato questo titolo.
Dal punto di vista tecnico l’ho trovato eccellente, complici l’ottimo cast, l’indiscutibile talento del regista e la pesantezza di certe atmosfere (gli ultimi 20 minuti mi hanno lasciato quasi in apnea), e dal punto di vista della trama ho ritenuto più che mai singolare il fatto che si debba utilizzare il poco che si è capito durante il film per interpretare il finale, più che sfruttare il finale per capire tutto ciò che è accaduto fino ad allora.
Se ne avrò l’occasione gli concederò volentieri una seconda visione, nel frattempo sono alla ricerca di qualcuno a cui non è piaciuto con cui discutere

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Madre Terra / 4 Ottobre 2017 in Madre!

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

È senza dubbio impossibile recensire un film così dopo una singola visione. La mia è solo un’impressione, un commento a caldo.
Aronofsky ha sempre trattato il tema dell’autodistruzione: ma in questa occasione, invece di interpretarlo attraverso il racconto di un individuo, sceglie di parlarci dell’umanità intera.
Il film si apre con un rogo, con il big bang, estinzione di ciò che è stato e rinascita di un nuovo universo.
Protagonisti uno scrittore senza ispirazione (Bardem) e la sua splendida moglie (Lawrence), che tuttavia sembra non essere sufficiente, da sola, ad alimentare la sua vena creativa. Egli ha bisogno di qualcos’altro, e trova questo qualcosa in un medico ortopedico, suo fan, che non faccio fatica a immaginare chiamarsi Adam.
Tutto il film sembra infatti narrare il rapporto tra Dio, l’universo (che è la Madre Terra) e l’umanità.
Il medico si stabilisce a casa dello scrittore col suo consenso, ma non con quello di sua moglie, che anzi riprende il marito per aver lasciato entrare un estraneo. Quella notte l’ospite sembra stare male, e intravediamo una ferita al costato. In effetti il giorno dopo compare sua moglie, e Aronofsky sembra appunto suggerire fin da ora un riferimento alla Genesi e a Eva nata dalla costola. Assistiamo anche alla colluttazione tra Caino e Abele, il cui sangue sarà una ferita impossibile da risanare, un punto di non ritorno.

Di lì in avanti le analogie si sprecano: lo studio di lui che è il paradiso terrestre, dal quale l’uomo viene scacciato dopo aver tradito la fiducia di Dio. La gravidanza, ispirazione per la scrittura del nuovo testamento. Il figlio di Dio sacrificato e cannibalizzato (prendete e mangiatene tutti). Lo scrittore che continua ad amare i propri fan nonostante le atrocità da loro commesse, e anzi invita al perdono. E loro che, mano a mano, fanno a pezzi la casa, fanno a pezzi la Terra. Fin quando la terra non si ribella, ed è disposta all’autodistruzione pur di portare la stirpe umana con sé: non a caso l’unico a sopravvivere all’incendio è lo scrittore, è Dio. Un Dio cieco, accecato dall’amore verso le sue creature, che però non lo meritano. Un Dio che sbaglia, ma deciso a ritentare, a creare di nuovo, incapace di soffocare quel suo impulso; pur sapendo l’ immenso dolore che provoca agli altri. Un Dio per il quale non siamo che un esperimento, non l’essere onniscente al quale affidarci.

Il film è stato ampiamente criticato, e indubbiamente le analogie con la bibbia sono troppo lineari, fino al punto di non lasciar dubbi sull’allegoria. Io stessa avrei gradito un velo di mistero in più. Ma ho trovato il film forte nelle domande che pone, molteplici e credo diverse per ciascuno, crudo nelle idee che sembra suggerirci – al punto che, diciamo, non mi dispiacerebbe affatto trovare in sala pellicole così più spesso.

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Il punto esclamativo ce lo mette lo spettatore / 29 Settembre 2017 in Madre!

Tranquillizzerebbe anche me fischiarlo e ridimensionarlo. Lo farò alla seconda visione. La prima è troppo preziosa.

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