Recensione su Morte a Venezia

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Laguna nera / 28 Aprile 2016 in Morte a Venezia

In una Venezia dall’ alba fredda e desolata, inquadrata nella sequenza iniziale da pittorici scorci alla Canaletto, in una indefinita e silenziosa stagione pre balneare, nel lido putrescente battuto da un malsano scirocco si aggira tra le calli un dolente spettro, il professor Aschenbach consumato dalla bellezza intoccabile del giovane Tadzio, una maschera grottesca sulla quale cola la nera tintura per capelli, nera come una laguna percossa dalla pestilenza. Una risata isterica e disperata echeggia come un canto di morte e di disperazione. Visconti pigia una atmosfera greve con gli ammorbanti, insostenibili archi di Mahler, esibendo con gusto ogni luce e ogni dettaglio di lunghe, lente sequenze; nella hall di un albergo stile primo novecento si ode il cicaleccio indistinto di sottofondo e possiamo scorgere spicchi di vite da dietro gli occhialetti del professore solitario, sprofondato nel suo divanetto al centro della sala. Dirk Bogarde straordinario, soltanto lui poteva indossare questo sottile ma scomodo ruolo da pederasta, davvero un attore magnifico che mostra l’ambiguità nel suo aspetto più doloroso.

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