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Mood Indigo - La schiuma dei giorni

/ 20136.5114 voti

Gondry col fiato mozzo / 19 Agosto 2018 in Mood Indigo - La schiuma dei giorni

Con Boris Vian, autore dell’omonimo romanzo da cui è stato tratto questo film di Gondry, ho un rapporto conflittuale. Il mio approccio alla sua letteratura è stato segnato indelebilmente dal violentissimo Sputerò sulle vostre tombe e, quindi, fatico ad affrontarlo a cuor leggero.
Pur nella sua apparentemente pastellosa follia poetica, La schiuma dei giorni non è un romanzo meno perturbante o meno tormentato dell’altro. Nel tentativo di trasporre su schermo la ricchezza immaginifica, oso dire postmoderna, dell’eclettico Vian, che tanto, all’epoca della lettura del libro, mi ricordò lavori altrettanto originali e pazzeschi come quelli di Takahashi Jen’ichiro (vedi Sayonara, Gangsters!), Gondry sembra aver dato fondo indiscriminatamente alla sua fantasia fanciullesca e alla sua passione per l’handcraft, per le soluzioni scenografiche artigianali.
Eppure, ripensando ai suoi lavori precedenti (da cui escludo volutamente il terribile passo falso di The Spirit), Mood Indigo ha il fiato mozzo.

Dal punto di vista delle invenzioni visive e verbali, il libro di Vian è vertiginoso, eppure Gondry è riuscito ad assecondare efficacemente per gran parte del tempo questa corsa a perdifiato. Le buone premesse del film, però, si sgretolano intorno alla seconda parte del racconto, quando la vaga consequenzialità narrativa della prima frazione scema completamente, perdendo coesione narrativa (appunto) ed emotiva, allineandosi sul solo registro drammatico, se non a tratti, orrorifico (il senso di claustrofobia che attanaglia il protagonista, costretto in una casa sempre più piccola e buia coincide con quello dello spettatore, provato da quasi due ore di tourbillon visivo e da un repentino cambio di tono del racconto e perfino di personalità della coppia di personaggi protagonisti).

Nella memoria, restano alcune azzeccate soluzioni dal sapore surrealista e dadaista (la rappresentazione della vita dei personaggi sembra essere concepita come un’esperienza artistica nata da una combinazione casuale, naturale, di cose e parole), ma anche il sapore un po’ acre di un risultato cinematografico raggiunto solo a metà.

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Gondry, tra la linea di demarcazione fra sogno ed incubo, sceglie di non segnarne un confine. / 30 Maggio 2014 in Mood Indigo - La schiuma dei giorni

Mood indigo è un film che può essere suddiviso in due parti ben distinte. La prima, ossia l’ouverture che dà inizio alle scene, e che perdura fino a metà pellicola, ha un concept progettuale ben definito, mirato a meravigliare e ad incantare lo spettatore, anche grazie a numerosi esercizi di stile, e virtuosismi ( forse eccessivi, ma funzionali ), tipici dell’onirico regista dalle mille sfaccettature, Michel Gondry. Questa è anche la parte che più affascina, in quanto, oltre a decantare l’immaginario come fonte inesauribile di piacere, offre un parterre di personaggi davvero interessanti, tra i quali spicca la figura di Chloè, interpretata dalla bellissima e brava attrice Audrey Tautou.
Quindi i presupposti creati sono alti, e man mano che la storia progredisce, questi, prima vengono soddisfatti, anche grazie a scene di notevole impatto, e ad una sorta di romanticismo fanciullesco che permea inizialmente nella pellicola; poi vengono pian piano sgretolati, fino a dissolversi come schiuma lavata dall’acqua.
Gondry, tra la linea di demarcazione fra sogno ed incubo, sceglie di non segnarne un confine, e l’attraversa senza lasciare allo spettatore il tempo di assimilarla, e con essa naufraga nel suo infausto destino.
Questa seconda parte, caratterizzata appunto da un’improvvisa inversione di rotta, forse anche dettata da una sceneggiatura trasposta da un libro ( che non avendo letto, non posso immaginare ), diviene insostenibile perché non coadiuvata da una componente umana in grado di enfatizzarne i contenuti. Diffatti i personaggi, prima caratterizzati così bene, tanto da poterne tracciare le sfumature, si perdono nel confuso materiale dei sogni costruito dal regista, che pecca in questo caso di superficialità, lasciando agli artifici e alle oniriche visioni il compito di reggere le basi dell’intera pellicola.
In definitiva Mood indigo è un buon film, che regala attimi di puro intrattenimento, ma dal regista di piccoli capolavori come L’arte del sogno ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind, ci si aspetta sempre di più.

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30 Marzo 2014 in Mood Indigo - La schiuma dei giorni

Quello che a Michel Gondry era riuscito così bene con “La Science des rêves”, non si ripete con questo nuovo film; materia prima fatta apposta per lui sembrerebbe, romanzo visionario e vivace, storia d’amore dentro una atmosfera surreale e tanta tanta creatività. Proprio su questo ultimo punto Gondry è il solito bravissimo regista e creativo, tanto che la prima parte del film è una specie di cascata di effetti speciali artigianali, trovate fantasiose e moltissimi sfizi e giochetti che affascinano. Ma se nelle opere precedenti c’era stato un equilibrio tra realtà e voli fantasiosi, qui il filo si spezza; complice la lunga durata del film, ad un certo punto si comincia a soffrire per la quantità di stimoli serviti uno dopo l’altro, fino a che vengono alla mente tutte quelle domande che di fronte ad un opera che si presenta subito come surreale non dovrebbero sorgere o quanto minimo non dovrebbero acquisire importanza e inficiare l’illusione filmica. Dato però il peso che raggiungono le stramberie è inevitabile chiedersi perchè questo e perchè quell’altro e la magia si perde, cala l’interesse per i protagonisti e aumenta la frustrazione per l’inesistente logica. Non che la storia sia brutta in sè e per sè, beneficiando così bene di due protagonisti dolci e belli ( Audrey Tautou e Romain Duris) e potendo contare su scene riuscite come “il giro in nuvola” e su una OST curata e peculiare, ma arriva ad essere schiacciata dalla struttura fantastica del film al punto da non suscitare empatia o comunque non quel livello di coinvolgimento che viene suggerito ad un certo punto, quando arriva il drammatico finale. Apprezzabile il lavoro scenografico e di fotografia, che esplode negli ultimi minuti e la sfrenata fantasia, tutti elementi che comunque sottolineano l’occasione persa a sfavore di un più sano equilibrio.

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27 Gennaio 2014 in Mood Indigo - La schiuma dei giorni

I fan di Gondry non possono perdersi questo suo ultimo lavoro, tratto da un libro che la critica definisce come una delle più appassionate e romantiche storie d’amore mai descritte. La sensibilità di un certo cinema francese aveva già prodotto film che per qualcuno sono diventati dei veri e propri riferimenti (vedi il mondo di Amelie, che ha reso celebre Audrey Tatou) ma il tocco geniale, iperrealista (a tratti surrealista) e visionario di Michel Gondry aveva saputo andare ancora oltre ed esplorare sia il campo della mente (Eternal Sunshine of a spotless mind) che quello del sogno (l’arte del sogno) in modo così intimo e delicato da entrare nel cuore di chi guarda.
La sua predisposizione per gli oggetti, per una tecnologia al tempo stesso antica e per certi versi pesante ed obsoleta (si vedano i pc e le macchine usate proprio in questo film) ma innovativa ed utile, personale e creativa (l’agenda in un cubo di Rubik!), mescolata alla rivisitazione della musica e dell’immagine non è nuova (si veda gli acchiappafilm) ma in questo film è eccessiva.
C’è un eccesso di Gondry, del suo lato visionario, sicuramente affascinante e colorato (i primi 15 minuti sono fantastici), ma ridondante e troppo invadente.
Bella la sinestesia tra stato d’animo e oggetti, tra sentimenti e colori e molto saggia anche la metafora del male visto come una pianta che cresce e ruba aria e spazio, ma questo male non soffioca solo la protagonista nella storia ma anche i protagonisti della storia.
Attori sicuramente bravi (da Duris alla Tatou, fino a Omar Sy) ma la toccante storia d’amore tra i due non coinvolge, non appassiona più di tanto e si perde in mezzo al mondo di Gondry.

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14 Dicembre 2013 in Mood Indigo - La schiuma dei giorni

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Colin e Chloè, si amano, si muoiono, la casa si restringe. Giàssai. La storia (vecchia questione) dovrebbe esser già stata letta, ma se la si è già letta la trama sorprese ciao. E il resto, a parte la superficie, nemmeno. Per cui troppo lo scarto dal libro, troppo lungo tutto, il di Gondry impegno, seppure non lesinato per un ca**o, si risolve in altalenanti, ora riuscite ora no, trovate visive, ma la sostanza è bloccata dal e nel testo scritto, irraggiungibile; va detto che il libro è fuori dall’ordinario per cui si fatica, almeno io, a ragionare nei termini conseuti del binomio libro/film. Nella scelta di tentare questa trasposizione Gondry si è preso un compito e rischio probabilmente impossibili da superare; et c’est dommage, perché sembra l’unico che avrebbe potuto riuscire. Invece il doppio surrealismo, di Vian e di Gondry, si accumula senza fondersi e gira a vuoto, a noia, mentre tutto quello che era eversivo e dirompente ed eccentrico nel testo risulta smorzato e affievolito dalla messa in immagini. Se non è un problema questo, nom d’un chien!
Sullo sfondo c’è una Parigi ma anche no, e una Tatou che è vecchia tanto, fin dall’inizio, e stona con la bellezza iniziale del giovane amore che sboccia (per quando muore, quindi, va bene). Tanto Jazz, il tipo grosso e nero di Quasi amici, che ormai viene infilato ovunque, Chick e la sua idolatria per Jean Sol Partre, che ha gli occhi a tubo catodico.
Sì la vita se ne va, i colori si spengono, ho già detto che la casa si stringe?
Il topo.
Sì ok ma.. lo sapevamo. E con il libro dispiaceva pure.

Non riesco a figurarmi come si possa reagire a questo film senza aver letto il libro.

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Il trucco stucca / 16 Settembre 2013 in Mood Indigo - La schiuma dei giorni

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Originale e fantasioso come sempre, Gondry non si smentisce neanche in questa occasione. Il problema, forse, è che calca troppo la mano in questo caso. La prima parte del film è francamente troppo satura di congegni, trovate eccentriche, esperimenti visivi ed effetti speciali artigianali (orribile il topo-umanoide). E lo dico da grande estimatrice delle opere di Gondry. Ma durante la prima ora tutta questa esplosione di ingegno alla lunga finisce per stufare. Ho trovato invece affascinante la seconda parte del film, quando i colori iniziano a sbiadire, fino a delineare un fantastico bianco e nero, che segue poeticamente la degenerazione della malattia di Chloé. Anche la casa che man mano si ripiega su se stessa è una agrodolce rappresentazione che, a parer mio, non stona – come invece stonano gran parte degli artifici condensati nella prima parte del film. Forse sono stata condizionata anche dalla presenza della Tautou, che personalmente non sopporto (sguardo da pesce lesso, falsa come un soldo di cacio, con quei labbroni gonfi fastidiosi, protagonista di un film che personalmente mi dà l’orticaria – mi riferisco ad Amélie). Credo inoltre che molte battute, come spesso capita, perdano così tanto nella traduzione italiana da risultare alquanto tristi. Magari in francese avrebbero avuto più senso, pena, forse, l’accessibilità dei contenuti (ma a un certo punto, chiessenefrega, no? Dovremmo iniziare a sottotitolare di più e doppiare di meno in Italia). La sufficienza, in soldoni, è dovuta soprattutto alla parte finale, stilisticamente molto intensa e tecnicamente ben realizzata, e a qualche colpo di genio che mi ha colpito a livello personale (poi non so se sia tutta farina del suo sacco o se abbia adattato tutto dal libro, non l’ho letto), come il sangue di stoffa, gli organi di lana, la nuvoletta, la struttura della casa, rimedi medici che contengono libri, un paio di guanti di pelle che si trasformano in un cavallino/elefantino, gli operai triturati). Insomma, senza lode e senza infamia.

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