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Recensione su Principessa Mononoke

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27 agosto 2014

In occidente c’è una città in cui si lavora il ferro e si costruiscono nuove armi da fuoco, in cui una donna è al comando e altre donne lavorano e non hanno padroni. Ma la città può estendere i suoi domini solo a spese di una foresta incantata, abitata da un dio. Questo conflitto evocativo è narrato da Miyazaki senza cedere alla banale tentazione manichea di prendere le parti della natura contro quelle della tecnica, come avrebbe fatto quasi ogni altro regista meno dotato: la signora Eboshi è un personaggio largamente positivo. Allo stesso tempo il ritratto del dio, sereno e imperturbabile, costituisce il centro di una narrazione mitica di rara purezza (efficace anche la trovata dei simpatici Kodama). Il film sfiora il rango di capolavoro, ma non lo raggiunge: il personaggio di San – la principessa Mononoke del titolo – non è ben integrato con il resto: cosa in parte inevitabile, vista la sua duplice natura, ma anche narrativamente funziona poco. Il finale, poi, è troppo conciliante, con la città del ferro che promette di trasformarsi in utopia ecologica, senza riconoscere il dramma irrisolubile del contrasto che il resto del film ben rappresentava. Anche il dio, che (letteralmente) perde la testa, abdica troppo facilmente alla fine alla sublime dignità del Totalmente Altro per mutarsi per un po’ in cieco pupazzo distruttore.

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