Recensione su Monolith

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Esperimenti / 9 luglio 2017 in Monolith

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Monolith è un progetto multimediale decisamente interessante composto da una graphic novel in più volumi edita da Bonelli e da un lungometraggio cinematografico co-prodotto da Sky Cinema e dalla stessa Bonelli. La storia si basa su un soggetto firmato dallo sceneggiatore bonelliano Roberto Recchioni, grande appassionato di cinema che, analogamente a quanto fa sulle pagine delle pubblicazioni a fumetti a cui lavora, ha riversato nella traccia del film di Ivan Silvestrini (classe ’82) numerosi riferimenti cinematografici di derivazione horror, thriller e sci-fi.
Lo scenario aperto da questo esperimento è estremamente stimolante, perché propone pressoché in contemporanea contenuti presentati attraverso medium diversi che declinano lo stesso soggetto in maniera diversa (film e fumetto presentano sostanziali differenze).

Monolith è un film di genere, cosa di per sé encomiabile nel panorama cinematografico italiano, un thriller on the road con suggestioni orrorifiche che unisce spunti king-iani (Christine – La macchina infernale su tutti) a echi slasher. Oltre a questo, il pretesto narrativo del film attinge variamente ad argomenti di attualità: in primis, l’uso e l’abuso della tecnologia. In questo caso, si parla di un marchingegno sviluppato per garantire totale sicurezza e incolumità degli esseri umani.

A fronte di premesse molto stuzzicanti e perfino coraggiose e di un risultato estetico di notevole impatto, però, il film di Silvestrini si risolve in un prodotto abbastanza convenzionale che si dipana principalmente nella “solita” sfida che oppone la resistenza e l’ingegno umano alla costitutiva stolidezza di un oggetto tecnologico, senza introdurre elementi di particolare rilievo in questo atavico conflitto.

Sandra (Katrina Bowden) è una giovane donna bloccata fuori dalla sua ipertecnologica automobile nel bel mezzo del nulla. Nell’abitacolo dell’auto, c’è il suo bambino di pochi anni, David. Sandra non può entrare, David non può uscire. L’automobile, controllata da un assistente digitale simil-Siri di nome Lilith, ha ravvisato un pericolo e ha agito di conseguenza, gettando le fondamenta del dramma. La causa scatenante dell’inghippo, però, non è propriamente la “volontà” dell’auto, quanto la sventatezza e il momentaneo squilibrio psicologico della donna uniti alla naturale e incolpevole curiosità del figlio. Forse, qui, sta la vera originalità del plot, ma, personalmente, non mi ha convinta appieno.

Se pure la nerissima e inscalfibile auto può essere interpretata come metafora di un ventre matrigno, buio, cavernoso e insensibile, Monolith (l’auto) e Lilith (il sistema operativo che la regola di concerto con il suo guidatore e che, in realtà, risulta spento durante tutto il dipanarsi del dramma), non sono veri personaggi e non forniscono alcun apporto sensibile al racconto. Sono oggetti di scena e tali restano, muti come il corvo di Poe sulla porta, ma privi della stessa silente solennità. Non c’è una specie di “gioco diabolico” in atto, non c’è un confronto “alla pari” fra Sandra e Lilith, fra l’intelligenza umana e quella artificiale, perché non sono né la macchina né l’OS a dare il via al dramma raccontato nel film: è Sandra la causa di ogni male. Se il bambino fosse caduto in un pozzo o si fosse ustionato con l’acqua calda, il succo sarebbe rimasto lo stesso. La trama si basa essenzialmente sul tormento psicologico della protagonista, che si sente inadeguata e insicura, ma il suo lavorìo interiore è spesso quasi impalpabile (complice anche un’interprete non sempre all’altezza).
Prendere atto dello spreco narrativo del fattore ipertecnologico (Monolith e Lilith) in favore di questo taglio esclusivamente psicologico è stato per me quasi doloroso, benché abbia ritenuto le premesse molto stimolanti.
L’assunto per cui Monolith è, di nome e di fatto, un monolite nero e immoto di kubrickiana memoria (sorvolo sulla regressione a primate urlante di Sandra, con tanto di chiave inglese/osso in mano), paradossalmente, non incide in alcuna maniera sulla storia: non è la macchina iperprotettiva a creare davvero problemi, quanto la disattenzione diffusa della sua proprietaria. La sua psiche confusa avrebbe potuto giocare in maniera molto interessante con Lilith, ma così non è accaduto. Così, il film si risolve in una canonica corsa contro il tempo che, se pure offre qualche momento di buona tensione, mostra troppo chiaramente i propri limiti.

Ad ogni modo, il film merita una visione e Silvestrini è giovane, talentuoso, ardito: mi ha incuriosita e spero di recuperare altri suoi lavori (vedi, il recente 2Night).

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