Recensione su Miracolo a Le Havre

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9 aprile 2014

Miracolo a Le Havre.

Miracolo a Le Havre è molto più di un film, la pellicola è una poesia agrodolce dotata di un happy ending e dagli sviluppi più tragici che comici.

E’ la storia di un eroe di tutti i giorni, un lustrascarpe dall’animo d’oro, e del suo nobilissimo fine. Marcel Marx, ecco il nome del prode, è un anziano che arriva con difficoltà a fine mese.
E’ sposato da decenni con Arletty, sua moglie malata, e conduce una vita ai margini. Vive ai margini della società sia professionalmente sia nel suo domicilio. Per dire, l’abitazione dove vive la coppia è sita in un luogo poco piacevole, una periferia del mondo moderno, una zona portuale fredda. Le Havre è meta di incontro e di scontro fra civiltà. Eppure è sereno, distaccato ma sereno.
La monotonia della vita di Marcel termina quando un gruppo di clandestini africani sbarca per errore proprio al porto di Le Havre anziché finire in Gran Bretagna. Il regista, Aki Kaurismäki, li immortala all’interno di un container.

Non c’è spettacolarizzazione del dramma, non siamo su Studio Aperto. Paradossalmente però ci va pesante nella scena dopo: i reparti speciali intervengono armati fino ai denti e vorrebbero sparare ad un bambino che fugge. Questo forse mi è sembrato un po’ esagerato come esagerato la mancanza di una via di mezzo nel ritrarre il tutore della legge o il cliché del poliziotto degno delle migliori barzellette sui Carabinieri nostrani.
Piccola critica a parte il film riparte, è in seguito alla fuga che Marcel incontra il clandestino Idrissa.
Lo spettatore lo trova immerso nell’acqua gelida mentre viene aiutato dal lustrascarpe. sarà il primo di una serie di incontri che porteranno i due a vivere l’uno accanto all’altro. Lo proteggerà fino alla fine come il figlio che non ha mai avuto. Addirittura il quartiere, un microcosmo, una specie di famiglia allargata, sosterrà l’improbabile duo. Idrissa e Marcel si completano, il primo imparerà il mestiere ed il secondo cercherà di procurarsi una somma di danaro per far congiungere il bambino alla madre. Le azioni del lustrascarpe hanno qualcosa di più che profondo, oserei dire religioso. Mi ricollego quindi al titolo del film: “Miracolo a Le Havre”; il miracolo.

I due miracoli che avverranno nella pellicola daranno corpo ad una nuova vita, un’esistenza più rosea e meno difficile.

Una bella favola ma le favole non corrispondono alla realtà.

Donmax

1 commento

  1. Stefania / 10 aprile 2014

    Quando Kaurismaki non indulge nel dramma a tinte fosche (vedi, La fiammiferaia, per esempio), sa come spalmare balsami ristoratori sull’anima. Ogni tanto, per quanto improbabili siano storie di questo tipo, è bello credere che il mondo possa essere anche così.

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