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Miracolo a Le Havre

/ 20117.3123 voti

9 Aprile 2014 in Miracolo a Le Havre

Miracolo a Le Havre.

Miracolo a Le Havre è molto più di un film, la pellicola è una poesia agrodolce dotata di un happy ending e dagli sviluppi più tragici che comici.

E’ la storia di un eroe di tutti i giorni, un lustrascarpe dall’animo d’oro, e del suo nobilissimo fine. Marcel Marx, ecco il nome del prode, è un anziano che arriva con difficoltà a fine mese.
E’ sposato da decenni con Arletty, sua moglie malata, e conduce una vita ai margini. Vive ai margini della società sia professionalmente sia nel suo domicilio. Per dire, l’abitazione dove vive la coppia è sita in un luogo poco piacevole, una periferia del mondo moderno, una zona portuale fredda. Le Havre è meta di incontro e di scontro fra civiltà. Eppure è sereno, distaccato ma sereno.
La monotonia della vita di Marcel termina quando un gruppo di clandestini africani sbarca per errore proprio al porto di Le Havre anziché finire in Gran Bretagna. Il regista, Aki Kaurismäki, li immortala all’interno di un container.

Non c’è spettacolarizzazione del dramma, non siamo su Studio Aperto. Paradossalmente però ci va pesante nella scena dopo: i reparti speciali intervengono armati fino ai denti e vorrebbero sparare ad un bambino che fugge. Questo forse mi è sembrato un po’ esagerato come esagerato la mancanza di una via di mezzo nel ritrarre il tutore della legge o il cliché del poliziotto degno delle migliori barzellette sui Carabinieri nostrani.
Piccola critica a parte il film riparte, è in seguito alla fuga che Marcel incontra il clandestino Idrissa.
Lo spettatore lo trova immerso nell’acqua gelida mentre viene aiutato dal lustrascarpe. sarà il primo di una serie di incontri che porteranno i due a vivere l’uno accanto all’altro. Lo proteggerà fino alla fine come il figlio che non ha mai avuto. Addirittura il quartiere, un microcosmo, una specie di famiglia allargata, sosterrà l’improbabile duo. Idrissa e Marcel si completano, il primo imparerà il mestiere ed il secondo cercherà di procurarsi una somma di danaro per far congiungere il bambino alla madre. Le azioni del lustrascarpe hanno qualcosa di più che profondo, oserei dire religioso. Mi ricollego quindi al titolo del film: “Miracolo a Le Havre”; il miracolo.

I due miracoli che avverranno nella pellicola daranno corpo ad una nuova vita, un’esistenza più rosea e meno difficile.

Una bella favola ma le favole non corrispondono alla realtà.

Donmax

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Il ciliegio in fiore / 7 Marzo 2014 in Miracolo a Le Havre

Sembra un coloratissimo fumetto francese; gli attori sono volutamente statici, seri, poco espressivi e raramente si sovrappongono nei loro dialoghi.
Kaurismaki mi sembra uno di quei registi per cui l’aderenza alla realtà non è una gabbia, ma non ha nemmeno bisogno di stupire con arditismi simbologici; basta una bella gamma di dettagli e colori accesi (apprezzeranno i fans di Wes Anderson), un mondo fotografico dove si muovono le pedine di un sottile gioco a usurpare il cupo reame del pensiero cinico. Una Le Havre buona che aiuta un giovane immigrato, dove un cancro guarisce miracolosamente e il ciliegio fiorisce infine; a molti potrà sembrare buonismo da quattro soldi, a qualcuno una ventata d’aria fresca nel buon nome dell’ Umanità.

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17 Dicembre 2012 in Miracolo a Le Havre

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Mi sfuggiva come un’anguilla l’ultimo film del finlandese Aki Kaurismaki, un genio del cinema che all’ultimo film festival di Torino si era presentato in conferenza stampa con una bottiglia da 66 di birra e successivamente si era messo a litigare con Castellitto. Un confronto davvero impari, io Castellitto col cinema nemmeno ho mai capito che cosa c’entri, è come dire ci sono in tavola una merda e del tiramisù, che prendi? (poi ok, esistono i coprofagi, ma son pochi).
Comunque, in una Le Havre insieme moderna ma fuori dal tempo Marcel lavora alla stazione come lustrascarpe. Ha un ristretto giro di buoni amici, una moglie che ama, Arletty, il cane Laika, una casetta in un vicinato dove tutti si conoscono e poco altro. Succede che, mentre la moglie finisce in ospedale per un cancro apparentemente incurabile di cui a Marcel non vien detto nulla, vengono trovati dei clandestini africani in un container del porto: un ragazzino scappa, lui lo trova e lo prende con sé, per aiutarlo a passare la Manica. Ma non sarà solo, perché lo aiuta il cane, lo aiutano la panettiera e il fruttivendolo, tutti fanno qualcosa, lo aiuta l’ispettore, che pure sembrava tanto cattivo ma sa chiudere l’occhio al momento giusto, in un gioco di squadra per mettere il ragazzino su di un battello.
Lo stile di Kaurismaki è del tutto peculiare, e lo è anche in questo film dove tutto è a lieto fine, il doppio miracolo della fuga e della guarigione si realizza, come se ad un mondo di personaggi dalle vite così piccole e innocue e buone fosse quasi dovuto. C’è sempre anche un certo sfasamento, nei film del Kau, una certa dose di surrealtà e nonsense, qui dovuto in gran parte, oltre che ai dialoghi, alle ambientazioni e agli indumenti, che sembrano usciti da un noir di Melville dei bei tempi del cinema francese. Un noir a colori pastello, tra personaggi del genere ci si capisce con un’occhiata e a volte anche con meno, fare del bene si può e si può a tutti i livelli, la felicità nella quotidianità può esistere. Marcel fa le cose giuste, ecco. Poi che il miracolo avvenga però è culo.
Da segnalare anche che c’è, in un ruolo secondario, pure Jean-Pierre Leaud, che è l’attore feticcio di Truffaut, quello che era bambino nei Quattrocento colpi e poi è cresciuto e blablabla. E che questo è l’ennesimo film di quest’anno ad affrontare il problema dell’immigrazione. Il nostro Terraferma di Crialese resta per ora e a mio parere il migliore.
NB: nel corso, prima e dopo la proiezione sono per la prima volta in vita mia diventato chiaramente OMOFOBO. In quanto io e Superlavoratore avevamo nella fila dietro tre palesemente supergay quarantenni che hanno detto solo e continuamente cazzate allucinanti. L’ultima era veramente colossale, se ne sono andati affermando “Sì, beh… il classico film francese!”
MA PORCO CLERO! É un finlandese, come fa a fare il classico film francese????? -.-”””””’ Giuro li ho odiati, a lot.

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18 Ottobre 2012 in Miracolo a Le Havre

Mi è piaciuto soprattutto il modo di affrontare la vita del protagonista, di sua moglie e dei suoi compaesani. Niente aveva e tutto dava.
E ripartiva sempre da zero.

12 Marzo 2012 in Miracolo a Le Havre

Molto carino questo film del regista finlandese Kaurismaki, che piazza in un paesino di mare della Normandia un clochard distratto e dal cuore tenero, un personaggio discreto e dalla risposta pronta, a tratti umoristica, il quale, con la collaborazione degli amici e degli altri abitanti del paese riesce a regalare la libertà ad un bambino africano, un piccolo immigrato clandestino, braccato dalla polizia come un boss della mafia.
Stereotipi e situazioni buffe, commissari di polizia in impermeabile nero, poliziotti che fanno irruzione come nei cartoni animati, fruttivendoli col carrettino, medici che parlano di miracoli, rocker che assomigliano a Bruno Lauzi, tutti sono perfettamente inseriti in una cornice da favola, dove non c’è bisogno di parlare troppo (un altro film che riduce il minimo la sceneggiatura, mettendo bene a fuoco ciò che conta e caricandolo di sentimento e significato).
E’ una storia positiva, una piccola chicca di speranza, una favola moderna ambientata in un improbabile paesello tra insegne al neon in stile bohemien, baguette, banchetti da lustrascarpe e concerti nei capannoni.

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Once in lifetime / 31 Dicembre 2011 in Miracolo a Le Havre

Meravigliosa favola moderna del sempre più ispirato (e meno disperato) Aki Kaurismaki.
In una Le Havre irriconoscibile, una favola moderna fuori dal tempo.
Consigliata a leghisti che hanno ancora quell’organo rosso presente nella cavità toracica.

come dovrebbe essere il mondo / 28 Dicembre 2011 in Miracolo a Le Havre

buonismo che ben si addice al periodo natalizio, film che va preso per quel che è cioè una favola. comunque mi è piaciuto, adoro queste ambientazioni francesi e i ritmi lenti lentissimi… indimenticabili le facce degli avventori del bar, le massaie che rincorrono il fruttivendolo (probabilmente le mogli degli avventori del bar), il Little Tony locale e la decorosa povertà di un angolo di mondo controcorrente.

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12 Dicembre 2011 in Miracolo a Le Havre

Il film doveva uscire più sotto natale perchè è davvero una materializzazione dello spirito da favola fanciullesco che avvolge il natale con dentro il bene e il male e il bene alla fine vince. Stralunato e fiabesco, ma è una favola stralunata da cui ti aspetti proprio quello, un insieme di piccoli personaggi tutti caricaturali e fumettistici (sono tutti un tipo, chi per i capelli, chi per l’impermiabile, chi per i baffi), ma in senso positivo del termine, tutti identificabili come esseri sociali marginali ma positivi con la vita, tutti colti da quel fatalismo che viene citato a latere. E’ comunque un film senza orpelli che è una scheggia atemporale e che riecheggia la hollywood classica (sia nelle battute che nei risvolti felici e incredibili che fanno l’incanto della grande holywood che narrava la crisi economica e l’icontro fra i sogni del popolo e le fortune/sfortune dei ricchissimi), dove non c’è il senso dei buoni sentimenti, ma il senso di una coerenza nella sopravvivenza che fa essere tutti i personaggi giusti e concreti. Come narrare la realtà? Stravolgendola, raccontando una favola dai colori sgargianti e assurdi, con quei profondi primi piani che riempiono lo schermo, cercando facce indimenticabili (esiste un book fotografico solo ad uso e consumo di Kaurismaki immagino) e imbastendo una sottile ironia che è il senso della vita difficile attorno a temi enormi quali l’immigrazione, la giustizia, l’amore, la malattia, il sistema. Ci sono mostri e delatori, ma soprattutto c’è un meccanismo di esclusione che tutti i protagonisti conoscono e aggirano con sapienza contando su amicizia e supporto reciproco attorno a un solo elemento che è l’aiutare il più debole, la persona in difficoltà. C’è sicuramente poesia e un certo ottimismo perchè il mondo di La havre è un mondo di amore, tutti sono circondati da amore e coloro che ne sono toccati sono propositivi e aperti al mondo. Sono in fondo tutti dei sognatori realisti, come non aspirare ad esserlo tutti noi?

ps. fra i distributori di nuovo la Nordisk, devo consultare il loro elenco, è gente dal buon fiuto

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5 Dicembre 2011 in Miracolo a Le Havre

Buonista in puro stile Kaurismaki , garbato , poetico ed attualissimo , purtroppo deturpato da un doppiaggio atroce . Ma a dispetto di ciò resta un film da vedere (con la sola eccezione dei leghisti convinti….) .

3 Dicembre 2011 in Miracolo a Le Havre

Con uno stile personalissimo, essenzialista nella forma e nei contenuti, quasi à la Tatì, Kaurismäki rievoca De Sica e non solo nel titolo. Ma se Milano è la città dove veramente i miracoli non potevano accadere, se non nel volo della fantasia di orfani e barboni in bicicletta fra le nubi, a Le Havre ci sono Clochard (ex bohemien) e profughi, ci sono ancora le buone maniere e dei buongiorno che (naturalmente) “vuole davvero dire buongiorno”. Soprattutto, là c’era il cielo come unico (e indisponibile) orizzonte; qua c’è il mare, aperto verso un paradiso a portata di mano (l’Inghilterra e l’abbraccio materno) e puntualizzato con l’immagine finale – la più essenziale e semplice che ci sia, ovviamente – del ciliegio in fiore.
Uno stile che deve pagare pegno: la cura accogliente dei particolari, nelle immagini, nella musica, nelle parole e in volti straordinari, costa al film una formalità che ha avuto in me un risultato paradossale: quasi che – di contro alla concretezza del film di De Sica che si rifugiava nel sogno – quella di Le Havre fosse tutta una dimensione onirica. Un ex clochard e di un profugo hanno poi lo stesso sogno: una casa e un abbraccio.

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27 Novembre 2011 in Miracolo a Le Havre

(Sette stelline e… tre quarti!)

Dati i loro sviluppi narrativi, i film di Kaurismaki sembrano fatti con lo stampino, ma sono sempre piacevoli da vedere, pieni di speranza e, a loro modo, rasserenanti.

Storie atemporali ed universali, scenografie rigorosamente pacchiane eppur poetiche (grande occhio per la composizione degli spazi interni e ricercatezza per i complementi d’arredo), recitazione essenziale ed estremamente efficace, orecchio musicale sempre degno di nota (andrò a spulciare quanto prima qualche notizia sui mitici Little Bob!).

Il coraggio di tutti i protagonisti, privo di fronzoli ed artifici, dettato dall’istinto, senza sovrastrutture (come pare essere il piglio narrativo di Kaurismaki), è encomiabile e fa bene allo spirito.

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