Recensione su Mine vaganti

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Ozpetek non sarà mai Almodovar. / 13 marzo 2011 in Mine vaganti

Tutto inizia con Scamarcio che torna da Roma. La sua famiglia è una di quelle famiglie che se la gode da secoli. Quelle che fanno numero sui modelli ISTAT annuali delle piccole e medie imprese. Pastai da generazioni a cui manca solo la colonna sonora della Barilla. Autenticamente terroni ma pur sempre brave persone. Scamarcio torna a Lecce perché suo padre vuole passare l’azienda ai due figli. L’altro figlio è Alessandro Preziosi, principe delle fiction da uncinetto e, soprattutto, conte nell’interminabile telenovela “Elisa di Rivombrosa”. Succede che a Scamarcio non interessa trafilare al bronzo i rigatoni: vuole, in realtà, dichiararsi gay alla sfarzosa e matriarcale famiglia e tornare a Roma per fare lo scrittore. Segue omesso colpo di scena per rispetto ai futuri, sfortunati spettatori. L’ultimo film di Ferzan Ozpetek è più vagante che mina. Non sa essere davvero esplosivo quanto servirebbe nel tinteggiare il contrasto tra parenti benpensanti e l’avanguardia dei rapporti promiscui. Una carrellata di froci e di checche decora la già lussuosa casa padronale strappando qualche sorriso tra gag più o meno riuscite e canzoni cantate davanti allo specchio. Donne sull’orlo di una crisi di nervi perché figli e nipoti sono omosessuali. Un perbenismo debordante che Ozpetek critica senza nessuna mala educación, senza passione né sangue, consegnando al cinema italiano l’ennesima sfilata di caricature imbalsamate. ¿Qué he hecho yo para merecer esto!!

1 commento

  1. Stefania / 14 marzo 2011

    Ozpetek sta diventando un maestro dello stereotipo.

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