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Recensione su Mia madre

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17 aprile 2015

La vita di una regista di cinema viene sconvolta dell’improvvisa malattia della madre. Lascia il suo nuovo compagno, e il suo film deraglia. Anche suo fratello lascia il lavoro e scivola verso la depressione, mentre entrambi si prendono cura quotidianamente degli ultimi giorni di vita della loro madre.
Non nego di essermi aspettato grandi emozioni, che però non sono arrivate. La faccia drammatica di questa storia non ha un’evoluzione, proprio come un lamento funebre, che inizia pietoso e termina pietoso, tenendosi pietoso nel frattempo. Come una nota grave suonata senza pause per tutta la durata del pezzo, si offre come sottofondo a riflessioni che nascono nello spettatore ma che la storia non agevola più di tanto.
La faccia comica, invece, offre solo a tratti lo snobismo autoironico tipico di Nanni Moretti, affidato mai al personaggio che interpreta lui stesso ma al suo alter ego femminile Margherita Buy e all’ospite straniero John Turturro.
L’affinità che ero solito riscontrare fra me e i film di Nanni stavolta l’ho scorta solo nella selezione di musica di repertorio, fra Arvo Pärt, Ólafur Arnalds e Leonard Cohen.
Margherita Buy non ricordo più perché mi piacesse, ma evidentemente non mi piace più. La sua imitazione di Nanni Moretti qui è raffinatissima e riuscita, ma è troppo poco per farne una protagonista solida.

Prima di vederlo ero pronto a scommettere sulla Palma d’oro. Credo invece che dovrà lasciare il campo libero a Sorrentino e Garrone.

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