Recensione su Un posto sulla Terra

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Il Vangelo secondo Aristakisyan / 5 Giugno 2013 in Un posto sulla Terra

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un uomo ha creato una comune seguendo un suo ideale, un germe di nuovo mondo possibile che faccia da modello per cambiare la società. Per realizzare il suo sogno, apparentemente folle perché radicalmente rivoluzionario, ha radunato intorno a sè altri uomini e donne presi letteralmente dalla strada: barboni, storpi, prostitute, minorati mentali, giovani sbandati. Gente senza nulla da perdere. La nuova società dovrà essere basata sull’amore, un amore nuovo, disinteressato, libero, basato sulla totale condivisione con gli altri della gioia, del dolore e dei propri corpi, non importa quale sia il loro rango sociale o aspetto fisico. In questa comunità utopica si insegna ai nuovi venuti ad amare, ad accettare l’amore altrui e a condividere il proprio. L’amore è quindi una forma di energia che mantiene in vita spirito e corpo, sostiene il primo e guarisce il secondo.
La prima impressione è che quella che ci viene disvelata nel film, nella sua nudità sporca e chiaroscurale, sia una classica comunità hippie, in qualche modo attraente ma anche ingenua, velleitaria, forse stereotipata. Ma in realtà, man mano che si procede con la visione e la telecamera persiste nel suo vagare errante, alla maniera di un cane, di uno di quei topi che, più o meno distaccatamente, si aggirano fra gli inquilini di quel tugurio, cani e topi anch’essi, condividendone le abitudini, ci si rende conto che quella comunità di reietti affonda le proprie radici nel cristianesimo primigenio e, in certi momenti, si ha l’impressione che, fuori da quei muri lerci e fatiscenti, non ci debba essere la Piazza Rossa, o il Cremlino, ma il paesaggio desertico della Galilea, solcato in lontananza dal fiume Giordano.
Lo spirito evangelico è ravvisabile nel linguaggio sentenzioso dei protagonisti, ma anche in alcune scene e personaggi principali. A un certo punto assistiamo all’apparizione di Cristo, sottoforma di uno storpio paralitico che viene lavato in una piccola vasca. In seguito, una giovane donna che potrebbe chiamarsi Maria Maddalena, gli asciuga le carni deformi con i propri capelli. Il “guru” della comunità invece assume su di sè il lato narcisisticamente masochista del Messia, che ne farà esplodere le contraddizioni.
Già, perché finora sono state illustrate le caratteristiche del sogno, dell’utopia, ma nella realtà le cose finiscono per andare ben diversamente e non c’è spazio per nessuna resurrezione o redenzione nel vangelo secondo Aristakisyan.
La pulsione utopica viene soffocata infatti dal mondo esterno, che continua a esistere e non può far altro che invadere, da dentro o da fuori, la cittadella ideale.
Assistiamo fin dalla prima scena a un invasione “da fuori”: il potere prende la sua forma più scontata, quella militare e poliziesca, repressiva, così periodicamente degli agenti fanno irruzione nel tugurio, sviliscono e attaccano l’agente patogeno (il diverso che non si attiene alla norma) minando l’umanità degli “adepti”, cercando di distruggerne definitivamente la dignità tramite percosse fisiche o psicologiche e cercando la ragione della loro anormalità nell’ipotetico uso di droghe (l’anormale dev’esser per forza di cose pazzo o drogato). Inizialmente, dei gesti d’amore riusciranno a spiazzare anche i perpetratori di questa violenza, ma entro la fine del film nemmeno questo sarà più sufficiente.
Un’altra invasione dall’esterno è più sottile e immateriale. Oltre all’abbruttimento, alla povertà e alla malattia a cui i personaggi della comune sono stati condannati in origine dalla società esterna, e a cui il solo amore non può rimediare, interviene il caso, con il suo carico di tragedia irrazionale. Uno dei tanti bambini nati in quel luogo di desolazione rimane ucciso, schiacciato da un uomo che, senza accorgersene, ci si siede sopra. Il dolore della madre è devastante, così come il senso di colpa dell’uomo. Tuttavia ella trova la forza di perdonarlo e di consolarlo, la colpa va cancellata da un mondo come quello.
Val la pena soffermarsi ora sul personaggio di Maria (nome estremamente evocativo sul piano biblico, rappresentante una verginità e purezza spirituali). Essa, più di chiunque altro nel film, svolge la funzione di intermediario tra lo spettatore e il mondo descritto dal film. Non a caso è lei la protagonista delle prime immagini che ci vengono mostrate e nelle sue prime parole essa esprime ciò a cui tutti i personaggi, e tutti noi, aspiriamo: essere amati. Ella ha sentito parlare della comune e ce ne spalanca l’uscio, entrando furtivamente e, come noi, restando inizialmente in disparte, osservando, cercando di capire, di cogliere chi potrebbe darle quell’amore che continua a bramare. Maria simboleggia quindi “il nostro bisogno di consolazione”, per citare il titolo di un libro. Una volta appresa la buona novella, ella diventa protagonista di uno dei due tentativi di esportazione verso l’esterno di tale messaggio. Il suo è il primo vero tentativo rivoluzionario, attuato attraverso semplici atti di affetto, mirati a ricostruire dei rapporti umani profondi, atavici e primordiali, che hanno il potere di scardinare una società come la nostra, in cui ogni emozione diventa artificiosa, sterilizzata, e in cui vige un terrore silenzioso verso l’empatia per il dolore altrui (la sofferenza come patologia, simbolo di morte da cui ci si difende tramite la rimozione e l’indifferenza). E’ una società che, come disse Andy Warhol di se stesso, riesce ad emozionarsi solo guardando la tv, frapponedo un filtro protettivo tra se stessa e la realtà. Dapprima questi gesti vengono rivolti ad altri emarginati come lei ma, quando essi arrivano a toccare la gente comune, vengono vissuti come un attacco alla propria intimità, generano diffidenza. E’ un altro militare a rimanere colpito da questi gesti e a tentare di proteggere Maria dalla collera della gente, ma egli intuisce solamente senza capire, è attratto e insieme impaurito da quella anormalità, si interroga su cosa lo spinga a interessarsi a quella povera pazza, che invita più volte a lasciarsi “curare” in ospedale. Soprattutto egli non è in grado di comprendere cosa muova Maria e di condivederne il sentimento d’amore, a cui sostituisce un surrogato più ovvio e materiale (quindi meno rischioso e coinvolgente sul piano personale): l’offerta di cibo.
Il secondo tentativo di esportazione dei nuovi valori alla luce del sole viene fatto dall’immigrato cinese che, dopo aver ricevuto il dono dell’amore fisico all’interno della comune, sente il desiderio di farsi egli stesso donatore, rivolgendo le proprie attenzioni a una mendicante trovata per strada. Tuttavia, questo caso introduce un altro elemento di disturbo e di ostacolo all’affermazione dell’utopia: l’elemento delle contraddizioni interne ai personaggi, che non riescono a spogliarsi del tutto degli istinti e della morale comuni. L’immigrato tenta sì di donare se stesso agli altri, ma soltanto perché egli è stato respinto da una donna della comunità, a cui si era attaccato ossessivamente. L’amore quindi si rivela ancora legato all’idea di possesso e di egoismo, tra il cinese e la mendicante si instaura un nuovo rapporto di dipendenza affettiva, nel quale stavolta è la seconda a ricoprire il ruolo di elemento più debole e passivo, arrivando a darsi la morte una volta appresa la falsità di quell’amore. Lo stesso accade persino al guru che, nel momento in cui si rende conto di essersi annullato in nome dell’amore per un’unica donna e di aver creato la comune anche per colmare il proprio vuoto affettivo, imponendo agli altri il proprio codice morale, ricorre disperato all’autocastrazione, simbolo di iconoclastia verso il potere patriarcale. Ciò tuttavia non basterà a dissolvere il tormento interiore che ormai lo attanaglia, frutto del palesamento della propria immagine riflessa in tutta la sua contradditorietà. In questo è ancora una volta simile a Cristo, lacerato tra vocazione divina e umana debolezza. Il senso di possesso è anche quello della madre che, in una delle ultime scene del film, giunge a voler uccidere la figlia pur di non consegnarla agli agenti che per l’ennesima volta fanno irruzione nel rifugio.
Il fallimento dell’utopia si compie quindi nel momento in cui la comunità stessa si sgretola sotto il peso delle proprie contraddizioni e dei colpi inferti dal mondo esterno.
Non c’è possibilità di rivalsa per gli esclusi, non c’è speranza per il diverso. I più malleabili tornano fra le braccia della società, si arrendono a diventare uomini comuni, gli irriducili vengono spezzati perché, come disse Hemingway, “se qualcuno riece ad essere così forte, il mondo può solamente ucciderlo per spezzarlo, e naturalmente lo fa. Non c’è nessuno che il mondo non spezzi, molti poi si rafforzano nel punto dove sono stati spezzati. Quelli che non si spezzano altrimenti il mondo li uccide. Con imparzialità uccide chi ha troppa forza nella bontà o nella gentilezza o nel coraggio; e se non sei di questi ucciderà te pure, siine certo; ma con minor fretta.”

2 commenti

  1. yorick / 5 Giugno 2013

    Bellissima recensione, @dovic. Vedo che alla fine il film è stato di tuo gradimento 😀

  2. Socrates gone mad / 5 Giugno 2013

    Ci puoi giurare, @yorick.

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