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Mia colpa, mia grandissima colpa / 15 gennaio 2016 in Furyo

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

Avrei voluto vedere questo film prima della scomparsa di Bowie: l’ho rincorso per tanti anni, senza riuscirvi. Ora, a pochi giorni dalla mort dell’artista, dopo un passaggio televisivo notturno, grazie al servizio streaming della Rai, ho potuto colmare questa lacuna. Ma temo che alcune considerazioni potrebbero essere inficiate dalla perturbazione emotiva lasciata dall’addio all’artista.
O forse no.
Perché voglio credere che la presenza di Bowie in scena mi avrebbe catturata ugualmente. Non ho mai saputo resistergli, infatti, dacché ne ho memoria.
Certo è che il Celliers cinematografico è un personaggio così carismatico anche grazie al fatto che è Bowie ad impersonarlo: è avulso dal contesto, sia geografico che temporale. Sarò banale, ma sembra, letteralmente, piovuto nella storia da un altro tempo, provenendo da insondabili luoghi. Indossa una sciarpa, seppur di cotone, quando tutti grondano sudore. E, in effetti, vive nel ricordo di un passato che vorrebbe cambiare, un passato che sa di parabola e di favola insieme, in cui si muove un fratello perduto, perennemente bambino, con una deformazione fisica che lo avvicina a quegli angeli di cui pare possedere la voce.
Celliers danza con la morte: non viene ferito dalle pallottole del plotone di esecuzione, sfida ripetutamente i suoi aguzzini fino a venire massacrato.
Celliers è un uomo che ha cercato nella vita militare e nella guerra una punizione ai propri tradimenti, ma, lui che mangia fiori, apprezza le buone maniere come l’offerta del tè e bacia i suoi nemici, non è portato realmente al conflitto.

Il film di Ôshima affronta con curiosa discrezione argomenti difficili come la rimozione della colpa e del rifiuto dell’omosessualità.
La scena conclusiva, durante la quale Lawrence fa visita a Hara prima che questi venga giustiziato, è particolarmente emblematica. Pur rassegnato, Hara dice che Yonoi non avrebbe meritato di essere condannato ed ucciso, dopo la fine della Guerra. E pensa che anche la sua punizione sia immeritata: benché appaia cambiato (ha l’aspetto di un monaco shintoista e ha deciso di imparare l’inglese), non è riuscito a realizzare appieno quanto illogici siano stati i comportamenti adottati dai giapponesi durante il conflitto e nel campo di prigionia militare. Per quanto assurde siano le motivazioni che hanno portato gli Occidentali in guerra, quelle nipponiche sembrano ancora più irrazionali, regolate da ataviche leggi basate sul senso dell’Onore.

Talvolta, come dice Lawrence, la vittoria è difficile da mandare giù, specialmente se, paradossalmente, il vincitore/sopravvissuto riesce a sviluppare una forma di ammirazione e di rispetto per il nemico, non considerato semplicemente tale, ma -piuttosto- come un termine di confronto delle proprie azioni e reazioni.

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