Recensione su Men In Black III

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back in black / 15 gennaio 2016 in Men In Black III

Dopo il calo registrato nel secondo episodio, il franchise Men in black torna finalmente con qualche buona idea (pare ispirata dallo stesso Will Smith), che viene affidata alla penna dello sceneggiatore più equivocato di Hollywood, quell’Etan Cohen che per una sola “h”, spostata dal nome al cognome, viene spesso confuso con il quasi omonimo Ethan dei fratelli Coen.
Ebbene, da quella vaga idea lanciata da Will Smith (che aveva generalmente accennato ad un viaggio nel passato di J per salvare K) Cohen tira fuori una sceneggiatura sicuramente astrusa ma fondamentalmente riuscita.
Certo non mancano le perplessità: la distanza dal primo film, a suo modo mitico, sono consistenti e fanno sì che MIB 3 assomigli più ad una pellicola del filone supereroi (con in più la netta influenza vintage di Ritorno al futuro).
Ciò si deve principalmente alla configurazione del cattivo di turno, il fumettistico Boris l’animale, che ad ogni modo è uno dei villain più interessanti degli ultimi anni: la sequenza iniziale della fuga dal carcere di massima sicurezza sulla Luna, per quanto kitsch, è una delle più memorabili del film.
Così come memorabili sono le scene ambientate nel 1969, da quelle alla Factory di Andy Warhol a quelle di Cape Canaveral durante gli ultimi momenti prima della partenza della missione Apollo XI.
Sono passati quindici anni dal primo MIB (e dieci dal sequel) e la cosa si nota, con gran mestizia, dal volto invecchiatissimo di Tommy Lee Jones, che dell’agente K è ormai una maschera di cerone. Statico e ingessato, quasi una statua di Madame Tussauds, Tommy Lee Jones è stato almeno degnamente rimpiazzato da un Josh Brolin impeccabile, che ha il physique du role, l’espressione e l’aplomb necessari per impersonare l’agente K da giovane, durante il viaggio nel tempo di J (un Will Smith più maturo ma non molto più espressivo degli altri due episodi).

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