Recensione su Melancholia

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1 novembre 2011

Buona prova di Von Trier, che dopo il pessimo “Antichrist” sforna un film intenso, splendidamente interpretato da Kirsten Dunst (premiata a Cannes) che rappresenta una sposa infelice, ma anche una specie di Cassandra e al tempo stesso è una personificazione del pianeta Melancholia. Il miglior ruolo della sua carriera; il suo sorriso aperto velato di tristezza diventa l’emblema dell’infelicità e il suo corpo pallido, immerso nella luce del pianeta della malinconia è una perfetta trasposizione del suo stato interiore. La sontuosa festa del matrimonio diventa il simbolo del consumismo, sciocco e disattento; un datore di lavoro che non ha altro interesse che il suo lavoro e che neppure nel momento delle nozze da tregua alla ragazza è niente più che un “Nulla”. Un padre rimbecillito da ragazzine con meno della metà dei suoi anni e una madre sciatta, odiosa e irritante non sono vicini alla protagonista. Solo la sorella (altra bella prova della Gainsobourg) in una qualche maniera sa rimanerle vicina.
Ed è a lei, alla sorella, che è dedicata la seconda parte del film. Per la prima volta i capitoli sono solo 2 e sono dedicati alle due sorelle, il cui rapporto è al centro del film. Quella che sembra debole in realtà nasconde una forza ed una sicurezza interiore derivatale probablmente dall’autocoscienza, l’altra, che sembrava una perfetta organizzatrice della sua vita e di quella degli altri da forti segnali di cedimento. Nell’inversione delle parti e nella ricerca di un rapporto, finalmente si incontrano, proprio come Melancholia e la Terra.
Un film ai livelli di “Dogville”, con un prologo splendido (anche quello di “Antichrist” lo era ed era l’unica cosa bella del film, a conferma che gli incipit di Von Trier sono perle rare) ed un cast superlativo.
Lascerà interdetti molti, ma a posteriori – e agli appassionati – piacerà.

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