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Recensione su Megane

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Crepuscolando / 24 febbraio 2013 in Megane

Un areo atterra nel piccolo aeroporto di una isola tropicale. Ne scende una donna con un saio marrone. Pochi bagagli, si dirige a passo deciso verso la spiaggia. Il mare turchino è placido grazie alla barriera corallina che protegge l’intera isola. La sua meta è un chiosco sulla spiaggia bianca. L’uomo e la donna che la stanno aspettando, al suo arrivo si prostrano in un lungo inchino. Il suono di violoncello amplica la sensazione di pace e serenità. Il mare e la vegetazione rigogliosa sembrano ondeggiare al ritmo della musica. La signora Sakura è arrivata nel suo paradiso.
Seconda scena: un areo atterra nello stesso aeroporto. Ne scende una donna con una grande valigia, Taeko. Faticosamente si dirige verso la spiaggia che già conosciamo. Rifiuta la granita che la signora Sakura le propone e, consultando una mappa un po’ approssimativa, a dire il vero, arrancando, sudando e imprecando, finalmente raggiunge la sua meta: un piccolo albergo sulla spiaggia.
La signora Taeko è una turista classica: cerca comodità e divertimento, buon cibo e nient’altro. L’albergo in cui è capitata, invece, sembra non offrirle nulla di tutto questo. Sembra che i gestori del posto siano colpiti da una grave forma di accidia. Passano il tempo a contemplare il mare, a sorbire granite, a “crepuscolare”, che è un abitudine locale per far passare il tempo senza fare assolutamente nulla.
Il mare di un turchino accecante, sempre placido e sonnolento, sembra sorridere della irritazione, della insoddisfazione che sta rovinando la vacanza della signora Taeko. Probabilmente lei avrebbe bisogno di un nuovo paio di occhiali, che le permettano di guardare il mondo con occhi diversi. Di assaporare il gusto delle piccole cose, dei piccoli piaceri quotidiani: fare strani esercizi yoga (merci) sulla spiaggia solo per il gusto di condividere un gesto, ascoltare rapiti il rumore della sabbia che scricchiola al passaggio di una lucertola verde, guardare per ore una pentola di fagioli azuki cuocere lentamente, perché è importante non avere fretta. E, soprattutto, imparare a crepuscolare. Placidi e assorti.

I film della Ogigami sono indubbiamente dei film particolari. Kamome diner parlava di una piccola locanda e dell’importanza di cucinare gli onigiri, Yoshino’s barber di capelli a caschetto e dell’importanza i cambiare acconciatura.
Piccoli film, con una trama esile esile, ma che posseggono quel non so che che li rende affascinanti. Sarà la vena ironica, sarà il surrealismo appena accennato, sarà la bravura e la simpatia degli attori (sempre gli stessi), sarà la magnificenza della fotografia, sarà… Per apprezzarli bisogna, però, cambiare le lenti degli occhiali, fare qualche esercizio merci e, soprattutto, la sera crepuscolare. Per qualche minuto almeno.

Sto cercando di capire in quale meravigliosa isola sia stato girato questo film. Non ho trovato indicazioni al riguardo. Ho fatto alcune ipotesi: forse è l’isola di Iriomote, tra il Giappone e Taiwan. Isola famosa per un gatto endemico. Bellissimo

2 commenti

  1. dudy / 24 febbraio 2013

    Mi piacciono le tue recensioni 🙂

  2. lithops / 24 febbraio 2013

    grazie, il tuo apprezzamento vale doppio 🙂

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