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Il fiore all’occhiello della ‘New Hollywood’… / 4 ottobre 2014 in Mean Streets - Domenica in chiesa, lunedì all'inferno

Audace, sfrontato, nuovo. Nell’anno di grazia 1973, un giovane regista di talento, italoamericano, Martin Scorsese, con all’attivo appena due lungometraggi, peraltro discreti, scrive e dirige “Mean Streets”, storiella ambientata nelle strade di Little Italy fra amicizia, amore, morte e redenzione. Il quartiere, dove il regista è nato, cresciuto e formato, è il vero protagonista della vicenda, nella quale l’esile trama è solo un pretesto per mettere in scena una sorta di dettagliato trattato socologico ed antropologico sulla vita e i movimenti di una fauna che vive di espedienti, divisa fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Il film è sincero, genuino e come detto in precedenza nuovo, scarno d’accordo, essenziale ma girato ottimamente, con uno stile ed una “tecnica” invidiabili, c’è più cuore e voglia che tecnica ma si parla di quest’ultima solo per esaltare il grande regista che con questo film si stava facendo e che avrebbe fatto della passione la sua vera tecnica. Lontano anni luce dalle acque ferme nelle quali ristagnava la Hollywood degli Studos, fatta di cariatidi ormai mummificate e film già vecchi ancor prima di essere proiettati, “Mean Streets” è l’opera che sfrutta pienamente il nuovo movimento della ‘New Hollywood’ per consacrarlo definitivamente, imponendo di conseguenza nuovi stili cinematografici, nuovi attori e nuovi registi, personaggi di spicco che negli anni a venire avrebbero rinvigorito la cultura popolare ed il cinema, non solo americano, ma di tutto il mondo. E’ dunque un’opera che và inquadrata soprattutto per gli anni nella quale è stata data alla luce, gli anni del cambiamento, i primissimi anni ’70, che dal 1968 sono stati il periodo di maggior sperimentazione e di un accesissimo vigore artistico; il nostro Scorsese, di lì a poco avrebbe diretto il sommo “Taxi Driver”, opera che metterà un bel punto alla prima parte della sua carriera e lo farà andare consapevolmente a capo. Qui il buon Martin dimostra di conoscere benissimo ciò che narra e senza paura lo mostra, esaltando e ironizzando su tutti i personaggi che danno vita alla vicenda, in primis quello interpretato dal suo attore feticcio Bob De Niro, qui nelle vesti dello squinternato Johnny Boy, guappetto di quartiere senza ne arte ne parte, croce e delizia del più inquadrato, ma ipocrita, personaggio inerpretato da Harvey Keitel, fulcro della vicenda e l’unico tristemente consapevole della meschinità della propria vita e delle vite dei suoi amici, dei quali però non sembra poter fare a meno. In “Mean Streets”, come già accennato, non c’è una vera trama, è solo un viaggio, divertente, doloroso e dettagliato, nelle esistenze di ragazzi sbandati che giocano a fare i duri nella Little Italy dei primi anni ’70 e il regista dirige l’orchestra con l’ abilità di un grande cineasta che ha assorbito i vecchi classici del cinema per contribuire a creare un nuovo discorso e una nuova idea di cinema sbocciata dal sacro fuoco dell’arte. La grandezza del suo cinema la si evince anche dall’uso, nuovissimo ed unico, della colonna sonora che mescola con un’efficacia sabalorditiva pezzi storici del rock anglosassone e statunitense e pezzi di folclore italiano, nella tracklist infatti si possono notare i Rolling Stones, Eric Clapton, Renato Carosone e John Mayall, un mix incredibile che sarebbe diventato un marchio di fabbrica per Scorsese,da sempre attento sl sound dei propri film, il quale ha intuito egregiamente che una buona canzone può valorizzare una scena altrimenti piatta e di conseguenza l’esatto contrario. Per la serie ‘cinema e musica sono complementari.’ L’entrata in scena di De Niro/Johnny Boy sulle incalzanti note di ‘Jumpin Jack Flash’ degli Stones ne è un esempio più che esaustivo, grande stile e senso del gusto moderno. Per concludere ci troviamo di fronte ad un film “fottuto”, un cinema che non poteva passare inosservato per via di quanto detto finora, l’inizio di qualcosa di meraviglioso, l’inizio di un nuovo modo di intendere i films, l’inizio di un nuovo linguaggio, sporco e diretto ma anche l’inizio, il lancio definitivo se preferite, per la stratosferica carriera di Martin Scorsese, un regista di cui si avrà sempre bisogno.

2 commenti

  1. hartman / 5 ottobre 2014

    Vedo che siamo d’accordo su questo filmone, poco conosciuto ma grandioso. E la colonna sonora… Beh superlativa… Due scene su tutte: l’incipit da album di famiglia con Be my baby e quella di Keitel ubriaco con Rubber biscuit

    • Bisturi / 5 ottobre 2014

      D’accordissimo caro @hartman . Le colonne sonore di Scorsese danno sempre quel tocco in più, sono un qualcosa di aggiuntivo, sempre perfette ed onnipresenti, raggiungeranno il loro culmine in “Goodfellas” e “Casinò”. Su Scorsese c’è poco altro da dire, un grande autore e narratore, un vero uomo di cinema che ama il cinema e mi piange il cuore a sentir dire da molti oggi che è finito, che non sà più girare e che è sopravvalutato, l’imbarbarimento del pubblico, del nuovo pubblico, è qualcosa di assurdo.

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