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Recensione su Maria Larssons eviga ögonblick

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23 dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

L’ultimo film visto a Melbourne *_* se arrivi in Italia non so.
Come nei due precedenti, ovviamente, visti tutti nello stesso ultimo lunedì che sconvolse il mondo (mio), c’è la donna che tradita perdona. Io alzo le braccia e mi arrendo, e perdonate, fate quel ca**o che vi pare.
É la storia, narrata dalla figlia, di una famiglia.. ehm… danese? Svedese? No, svedese mi sa. Bof, tanto son tutti uguali. Anyway, il fulcro è la madre, Maria, a cui tocca sopportare un marito baffuto e scaricatore di porto che beve la picchia e l’amore le da (nel senso che figliano in continuazione). Siamo diciamo a inizio ‘900 in… avevamo detto? Svezia, mi sa. E la vita non è facile pe’ggnente. Lui ovviamente le mette delle corna da alce, si fa arrestare perché è un COMUNISTA BOLSCEVICO, va in guerra, le peggio cose. E la famiglia si salva proprio grazie a Maria che scopre, mentre tentava di vendere un apparecchio fotografico che aveva vinto a una lotteria, il fascino della ritrattistica. Per dire, immaginate a inizio ‘900 in Sticazzinavia quante macchine fotografiche ci potessero essere. A partire dall’immagine di una vecchia vicina di casa sul letto funebre, inizia a scattare, a pagamento, foto a chiunque, nel tentativo di fissare per sempre gli everlasting moments del titolo. E così riesce a sostenere l’intera famiglia, durante le crisi e no, col marito Sigghe o com’era che regolarmente torna e si fa perdonare e poi sfascia tutto di nuovo. Il tempo scorre per la famiglia, avvolto da una luce fredda e scandinava, così come lo sono i sentimenti, quelli cinici di Sigghe e quelli feriti ma testardi di Maria. Che percorre una sorta di via crucis di umiliazioni da cui esce sempre a testa alta, ma è una sofferenza fisica da guardare (persino per me che ero su quelle poltrone così comode *_*). Nel finale una danza tra Maria e il marito sancisce l’ennesimo, si spererebbe anche definitivo, riavvicinamento tra i due, come dire che dopo tante che ne sono successe siamo ancora felici come all’inizio, quando danzavamo il giorno del nostro matrimonio.
Ma poi che gliene frega, lei ha la sua macchina fotografica, quella almeno la ama.
Nota bene che potrebbe, per tutto il film, darla al fotografo che la spinge a iniziare ma no, vittima della morale inculcatale dai genitori resta per l’intera vita a penare accanto al suo Sigghe.
E qui chiuderei con un “meno sigghe per tutti”, mi inchinerei e me ne andrei.

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