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Recensione su La città proibita

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la maledizione del fiore d’oro / 7 marzo 2011 in La città proibita

Bisognerebbe interrompere la tradizione tutta italiana di reintitolare i film in maniera così fuorviante. Perchè il vero titolo del nuovo Zhang Yimou, la maledizione del fiore d’oro, ti inserisce in una visione contestualizzata per questa storia estrapolata dal passato glorioso della dinastia Tang, in cui vendetta e tragedia si uniscono saldamente.
Si esce storditi per la bellezza formale di questo film, che è quasi un’opera pittorica, un tripudio di colori, di scintillanti arcobaleni, di meravigliose scenografie per le quali l’unico aggettivo è appunto bello nel suo senso più pieno. Per non parlare della perfezione delle scene di azione, tra le quali cito il duello padre /figlio all’inizio del film che rende quasi tangibile lo scontro metallico fra spade e armature e l’eccidio finale, una scena di massa che cancella, a mio parere, l’epica, seppure molto alta, dei vari episodi del signore degli anelli, per bellezza (ancora), forza, disperazione, ineluttabilità, per costruzione coreografica di movimenti, per cromatismi spettacolari.
E in tutto ciò si vede un gusto teatrale soprattutto nella lunga ambientazione nel palazzo imperiale, coniugata sapientemente ai riti orientali. La storia è una storia da opera shakespeariana, in cui il centro è il rapporto tra Padre/imperatore e Famiglia/figli/moglie, tra autorità e ribellione, tra dovere e volere, piena delle spietatezze che il potere assoluto dei coronati può regalare. Una storia di obbedienza e tradimenti, di affetti mancati, di confronti con le figure maschili che schiacciano e sono schiacciate e con le figure femminili che superano gli eventi, che si annullano, ma non rinunciano a lottare e di rapporti di sangue e di startegie di potere, con una tipica agnizione finale come da repertorio greco. E i temi sono molteplici, come quello dell’equilibrio cosmico e dell’ordine che si ricostituisce anche a fronte di eventi sconvolgenti, in una sorta di immutabilità che non si riesce a cambiare.
Ma il film gira attorno ad una metafora così lieve sul potere da risultare evanescente, anzi, non indicata per la visione in sè e quindi l’accusa che si muove al regista di incapacità di collegarsi al reale del suo paese e del mondo in generale è un dato di fatto. Il film è un bellissimo affresco, quasi una tela in movimento, per di più mossa da due attori che riempiono lo schermo con il loro fascino indiscusso, ma appunto è “solo” quello. Un affresco che decanta la gloria di una Cina potente, splendente e immensa. Non che tutto ciò sia una colpa, ma sicuramente è qualcosa che caratterizza gli ultimi lavori di Yimou, un raccontare, autoreferenziale, storie di amori e morte che non parlano all’oggi in nessun modo, se non per echi così lontani che a volte si rischia di vederci molto di più di quello che in effetti c’è.

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