Recensione su Maleficent

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8 giugno 2014

E’ indubbio che il personaggio di Malefica debba la sua popolarità a Walt Disney, che agli inizi della sua carriera ebbe la potente intuizione di ricavare dalle opere dei Fratelli Grimm e di Charles Perrault quelli che oggi potrebbero chiamarsi i capisaldi della nostra immaginazione favolistica. Tale operazione andò fuor di dubbio a cambiare il concetto stesso di favola, potendo vedere con i propri occhi ciò che era raccontato verbalmente o, attraverso i libri, soltanto immaginato. Ne emersero delineate figure del bene e del male, e la favole diventarono classici. Tra tutte queste figure Malefica gioca un ruolo rilevante, riuscendo a collocarsi in vetta alla piramide malvagia, aiutata da una maggiore definizione del personaggio rispetto alla strega di Biancaneve o la matrigna di Cenerentola e, non per ultimo, dal maggior budget a disposizione per la realizzazione del film. Si potrebbe dire che lei è la malvagità a cui gli altri antagonisti attingono nelle loro vendette di gelosia, avarizia, etc.
Il nuovo film dimentica volontariamente tali caratteristiche a favore di un riammodernamento della storia, con un prestito dal passato per ridefinire il presente. Dietro tale operazione c’è una malcelata operazione commerciale che vede nei grandi classici elementari possibilità di guadagno, operazione di per sé discutibile che non preclude però a interessanti modi di interpretare i vecchi miti.
La Malefica che ci viene presentata è una fata della Brughiera, custode e parte di essa, che un giorno incontra un ladruncolo del vicino regno di Enrico; il suo nome è Stefano. Tra i due nasce un’intensa amicizia che muta presto in un sentimento amoroso, ma Stefano, bramoso per natura umana, tradirà Malefica per arrivare al trono, trasformando la fata nella più familiare strega nera. E’ immediata la perplessità della sceneggiatura scritta a più mani, che ha come unico motore la rivalutazione di un’icona che di per se funzionava a meraviglia nel suo campo d’azione. Risulta quindi inevitabile chiedersi il perché di tanta smania di ridefinizione, e presto lo spettatore è obbligato a scordarsi ogni dialettica con il capolavoro originario, nel tentativo di salvare ciò a cui assiste ripiegandolo in altri spazi narrativi. Eseguita tale operazione a cuor più leggero si osservano spunti non sempre negativi e talune volte parzialmente riusciti. La demolizione della figura del principe, il non invadente femminismo della narrazione e il ribaltamento della morale finale sono la denuncia di uno sforzo coraggioso anche se non riuscito, e che non dimostra di trovare una collocazione adeguatamente motivata. Didascalico nel tentare di dare una ragione alla rabbia della protagonista, il film pecca nella fallimentare figura di Stefano, a dir poco abbozzata e fragile, spesso ingiustificata.
La regia è la prima esperienza in tale settore del pluripremiato scenografo Robert Stromberg (Oscar alla scenografia per “Avatar” e “Alice in wonderland”) che si dimostra acerbo e sciatto, prediligendo il non apporto di nessuno stimolo nell’approccio banale di inquadrature statiche nei dialoghi, dinamiche nei voli dentro la scenografia, da manuale del giovane regista.
L’art design è curato ma gli effetti speciali non sempre soddisfacenti e Angelina Jolie, perfetta nei suadenti movimenti tenebrosi della Malefica più classica, appare invece povera di fisicità nel suo ruolo di fata buona (ad esclusione della potente scena di “conversione”), concorrendo a negare al pubblico la spazialità di cui una creatura fantastica vive, confinandoci a meri spettatori.
Anche la musicalità, da sempre cifra stilistica dei classici Disney, è relegata, e si dovranno aspettare i titoli di coda per riascoltare la colonna sonora rielaborata da Lana Del Rey.
Non basta quindi negare per rinnovare, e si sarebbe sentito il bisogno di una virtuosa rivisitazione nei livelli grafici, sonori e registico-fotografici ancor più che nella trama per dar prova di sapersi reinventare e assorbire il passato glorioso.

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