Recensione su Mad Max: Fury Road

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19 maggio 2015

Era il 1985 quando George Miller diresse Mad Max Beyond Thunderdrome il terzo film della saga Mad Max, fra gli interpreti, oltre a Mel Gibson naturalmente, Tina Turner che peraltro cantava We don’t need another hero. Oggi, a distanza di trent’anni, possiamo dire invece che di un personaggio come Mad Max ne abbiamo proprio bisogno, ma badate, quello che diceva la Turner è vero: non abbiamo bisogno semplicemente di un eroe, noi abbiamo bisogno di un anti-eroe, abbiamo bisogno di un uomo che inizia la sua giornata tipo fissando l’orizzonte e che si trova subito dopo coinvolto in un inseguimento. Non cerca i guai, vuole solo stare da solo, sono i guai che cercano lui. Ed è in una fase storica delicata come quella che stiamo vivendo, con l’Occidente in crisi culturale prima ed economica poi, un momento in cui gli hipster dai risvoltini e la barba ridicolmente lunga invadono la quotidianità, che abbiamo ancor più bisogno di un Mad Max. George Miller, lo aveva intuito più di trenta anni fa e ne è ancora più consapevole oggi, torna sui suoi passi per dirigere un film anarchico, sregolato, eccessivo, un film incredibile, visivamente meraviglioso, a dir poco frenetico: MAD MAX: FURY ROAD. Non c’è che dire, in Fury Road si fa casino, tanto casino. Avete presente la prima trilogia ? La violenza abbondava, eccome se abbondava, ma con questo riavvio siamo su altri livelli. Quando pensi che il disordine venga sedato o una pausa possa fare capolino, una nuova esplosione fa vacillare le tue convinzioni e ti rimetti in gioco. Questo è in sintesi Fury Road.

Ma andiamo con ordine: in un futuro distopico l’uomo è tornato ai secoli bui. Attraverso un breve riassunto paragonabile a quello presente nel secondo capitolo della saga veniamo a conoscenza del collasso della civiltà occidentale e non. La differenza è che qui il riassunto viene usato per introdurre l’aria che si andrà a respirare in Fury Road, invece in The Road Warrior il riassunto serviva a dare al titolo una vita propria. Road Warrior infatti pur essendo il sequel di Interceptor potrebbe esser considerato un capitolo a parte che si regge benissimo con le sue gambe.

L’uomo è tornato indietro: le guerre, l’oro nero, i disordini, il mondo è sconvolto dalle barbarie, è lo Stato di Natura di Hobbes. Sulla faccia della terra è rimasto solo il deserto e pochi, pochissimi sopravvissuti. La scena si apre con un uomo di spalle, Max Rockatansky un ex agente di polizia che ha visto morire la sua famiglia, ed il suo veicolo, la V8 Interceptor. In basso una lucertola a due teste irrompe sullo schermo. La terra trema, la sala pure, l’aria si incendia, poi, il silenzio. Lo schermo viene invaso dalla scritta Mad Max: Fury Road; sembra di essere capiatati all’interno della copertina del cd Outrun di Kavinsky.

Nei primi tre capitoli della saga era Mel Gibson ad interpreta il silenzioso Max, l’anti-eroe con la spallina sulla giacca di pelle, l’uomo dallo sguardo di ghiaccio, un personaggio implacabile con i nemici quanto generoso con quei poveri disperati che doveva aiutare in modo neanche troppo convinto. In questo capitolo che riavvia la saga è Tom Hardy a dar il volto al nostro bel tenebroso. Forse uno dei piccoli difetti dell’opera è proprio questa scelta. Tom Hardy purtroppo non convince appieno, è scisso in due: da un lato riesce ad atteggiarsi a duro da strada, dall’altro rimane con la faccia da cucciolotto indifeso in più punti del film. Ossessionato dal ricordo dei morti e da una serie di brutti ceffi che gli danno la caccia, Max viene prima inseguito, poi rapito, infine trasformato in una sacca di sangue per nutrire dei guerrieri calvi indottrinati dal tiranno Joe. Joe è l’uomo a cui si sono affidati buona parte dei sopravvissuti. Preferiscono sottostare ad un despota pur di liberarsi da questa condizione primitiva in cui tutti lottano contro tutti: ma il fatto è che con Immortan Joe la condizione primitiva non viene superata, anzi. Resi schiavi, rinunciano alla propria dignità e ai propri diritti per un po’ d’acqua, i sopravvissuti si ucciderebbero gli uni con gli altri per un pezzo di pane. Fortunatamente ad opporsi a Joe sono sia Max, per caso, sia Furiosa.

Furiosa, di nome e di fatto.

Ad avermi sorpreso non è stato Tom Hardy quanto l’incredibile Charlize Theron, una femme fatale rasata a zero, dal trucco pesante. Una donna arrabbiata, lucida e combattiva, Charlize Theron è Furiosa e sta cercando di attraversare un immenso deserto per tornare a casa. Con lei ci sono cinque prigioniere (le Cinque Mogli) e assieme stanno fuggendo proprio dal dittatore “Immortan Joe” e dal suo esercito di guerrieri. Da notare come i guerrieri siano stati indottrinati dal tiranno attraverso la promessa del Valhalla. Secondo la tradizione chi muore da eroe, ucciso gloriosamente in battaglia, viene scortato nel Valhalla. Per riottenere le Cinque Mogli, le uniche donne abbastanza fertili da dare alla luce dei figli sani, usa tutti i suoi guerrieri e la promessa del Valhalla appunto. Le ragazze hanno un’ unica speranza di raggiungere la salvezza, è quella speranza è Max. Max inizialmente rifiuta, ma alla fine rassegnato decide di aiutarle. Nel film ampio spazio viene assegnato alla donna: Mad Max pur presentandosi come un film “virile” non è assolutamente un film maschilista, anzi. È innegabile, le cinque mogli sono solo un pretesto, sono il casus belli, il MacGuffin da cui si sviluppa la trama, ma nel film abbiamo Furiosa e una serie di vecchie guerriere che si atteggiano ad Amazzoni. Le donne in Mad Max: Fury Road non sono semplicemente sottoposte dei protagonisti maschili, non sono oggetti dello sguardo dell’uomo, rispecchiano l’ambiente in cui nascono e crescono: sono la Resistenza e lottano contro il totalitarismo del tiranno “Immortan Joe”. Ce la faranno le nostre eroine ed il nostro eroe a spezzare le catene dell’oppressione che legano il genere umano ? Riusciranno a liberare l’umanità dall’incubo della tirannia ?Tirando le somme, il prodotto che ne esce fuori è anni ’80 fino al midollo: giacche di pelle, spalline, costumi bizzarri come se piovessero e tante, tante esplosioni. La pellicola è in realtà un unico lunghissimo e bellissimo inseguimento, l’inseguimento emoziona lo spettatore, che rimane con gli occhi incollati allo schermo per tutta la durata del film. In alcune sequenze sembra di essere in un quadro, dal quadro si passa al road movie che si tinge di western e di fantascienza.

Girato nel deserto del Namib con un budget di 100 milioni di dollari, Mad Max: Fury Road è l’epica secondo George Miller. Il film ha la stessa follia del celebre Interceptor e ha degli inseguimenti che strizzano l’occhio a The Road Warrior. I tempi però sono dilatati, ci si concentra sui dettagli, ed il risultato finale è un’orgia per i vostri occhi. Sangue, sudore, motori che si surriscaldano, bulloni che saltano, muscoli tesi, esplosioni, veicoli modificati che sfrecciano come in un circuito di formula uno e addirittura un chitarrista pazzo che accompagna gli antagonisti. Non c’è garbo, non c’è moderazione, c’è invece tanta benzina e tanto sangue. In una parola ESTREMO.

In Mad Max: Fury Road si fondono fra loro sogni e realtà, deliri e paure. Un vero e proprio Instant Cult.

Note del Don
Voto film ignorante: 10
Voto film normale 8
(10+8)/2= su su bambini è facile

3 commenti

  1. paolodelventosoest / 11 giugno 2015

    Veramente notevole questo remake. Un action come se ne vedono pochi. George Miller, ma dove ti eri cacciato tutti questi anni? 😀

    • Stefania / 11 giugno 2015

      @paolodelventosoest: attention plz, non è un remake (non è il rifacimento di nessuno dei tre Mad Max con Gibson), ma un reboot. Sembro pignolissima, lo so, ma credo sia una differenza molto importante, in questo caso, perché le scelte narrative di Miller sono ben chiare: catapulta lo spettatore in un mondo assurdo senza dargli spiegazioni (che meraviglia…), senza neppure pretendere che abbia visto gli altri film della saga.
      Ah, e Miller era finito tra maialini e pinguini: si stava solo scaldando 🙂

      • paolodelventosoest / 11 giugno 2015

        Ops! Ho un ricordo talmente vago di Interceptor che pensavo fosse un remake. Eh c’hai raggione c’hai, di reboot si tratta e faccio volentieri ammenda; del resto son sottigliezze che se non sono tutelate qui, dove altro mai? 😉
        Sono d’accordo, viva Miller e la sua scelta antispiegone! Trovarsi ‘catapultati’ in un mondo è una esperienza realmente appagante per uno spettatore.

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