Recensione su Machine Gun Preacher

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27 febbraio 2014

Considerato che si tratta di una storia vera è un’occasione sprecata. Quello che può aver attratto Marc Forster, regista a cavallo tra action e impegno, è proprio la dicotomia insita nel personaggio di Childers, un uomo che ha sprecato la sua vita e che in una remota colonia del Sudan ritrova convinzione e coraggio, spinto da un’ideologia religiosa che si combina con il suo spirito pratico.
E’ una specie di Padre Cristoforo col mitra che si erge a difesa dei bambini vittime di soprusi in Sudan. E questo è un bene perchè ci sono un pò troppi predicatori e pochi uomini “di fatto” a schierarsi con i deboli. La sua vita è quella dell’uomo che fa e che non parla.
Ma il suo percorso è reso nel film in maniera troppo semplicistica, semplificata e facilona. E’ un reietto che dall’oggi al domani trova la fede, diventa un predicatore e poi una specie di missionario, poi una leggenda e poi un guerriero. A casa predica in chiesa e in Africa combatte. E’ un pò lo stereotipo perfetto di un modo tipicamente americano di vivere la fede, esagerato, plateale, letterale ma facile anche al cedimento, fuorviante per certi versi e metodico (peccato, conversione, infatuazione, crisi).
Se il suo percorso fosse stato descritto con maggiore attenzione ai chiroscuri, alle ombre ed ai dubbi che possono insinuarsi in chi viva queste esperienze, forse anche il suo impegno materiale e concreto avrebbe assunto una dimensione meno scontata.
E il film sarebbe stato davvero indimenticabile.

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