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Recensione su Macbeth

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Il Macbeth in due piani sequenza / 8 gennaio 2016 in Macbeth

L’adattamento del Macbeth di Shakespeare per la tv ungherese da parte di Béla Tarr è un film composto da due sole riprese, due singoli piani sequenza.
Il primo è quello che funge da prologo alla storia (la profezia delle tre streghe) e dura circa cinque minuti.
Il secondo, collegato al primo dai titoli di testa, è un lunghissimo sequence shot da 67 minuti, ambientato dentro al castello di Macbeth ad Inverness, che porta la storia fino alla conclusione.
In realtà nella versione che circola in dvd (come contenuto speciale di L’uomo di Londra) la pellicola è stata accorciata di circa 10 minuti, portandola a 62’ dai 72’ iniziali.
La camera a mano di Tarr, molto scorrevole, si muove tra le stanze del castello con una scioltezza interessante, che quasi fa dimenticare allo spettatore di essere al cospetto di un enorme, unico piano sequenza.
È un approccio teatrale – del resto dettato dalla natura dell’opera – che si può dire riuscito: si passa spesso con fluidità da un personaggio all’altro ed è l’aspetto stilistico della pellicola che più rimane impresso (alle volte, la macchina da presa comincia a seguire personaggi del tutto secondari per spostarsi da una stanza all’altra e dare il via così ad una nuova sequenza).
Sospeso tra esercizio di stile e fedele rappresentazione classica, il film soffre un’interpretazione degli attori piuttosto altalenante, diretta conseguenza dell’unicità del girato.
Eppure, la logica del mega piano sequenza, qui esasperata, è particolarmente apprezzata dal regista proprio perché consente all’intera troupe di focalizzarsi in un enorme, unico sforzo collettivo, nel tentativo di raggiungere l’obiettivo corale prefissato.

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