Recensione su L'uomo senza gravità

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Troppe incertezze / 7 Novembre 2019 in L'uomo senza gravità

Il film Netflix L’uomo senza gravità è il primo lungometraggio di fiction scritto e diretto dallo sceneggiatore e regista Marco Bonfanti.
Usando gli accenti del racconto fantastico e di una certa tradizione letteraria italiana (nel film, viene citato apertamente Il visconte dimezzato di Italo Calvino), Bonfanti prova a raccontare la storia di un diverso acculturato e sensibile, come The Elephant Man di Lynch, dotato naturalmente di proprietà innaturali dagli accenti poetici.
Il protagonista, infatti, non è soggetto alla forza di gravità. Così, quando non è opportunamente zavorrato, si alza nell’aria come un palloncino e, se non trovasse ostacoli, probabilmente, sarebbe in grado di innalzarsi fino all’atmosfera. Per questo motivo, la nonna e la mamma, una ragazza-madre, lo nascondono agli occhi del mondo, impedendogli di frequentare la scuola e di avere amici.

La storia è interessante, il tema del freak funziona, ci sta anche il simbolismo del “superpotere” (Oscar è una creatura senza peso, cioè senza legami con la materialità, è puro sentimento e il mondo è un posto troppo duro, per lui: pieno di spigoli, spuntoni, profili taglienti, potrebbe bucarlo e ucciderlo).
Ma, nel complesso, il film non mi ha convinta.

Soprattutto, mi è sembrato mancare la presa del realismo magico che lo contraddistingue (bene) inizialmente, gli sfugge l’obiettivo della metafora filosofica della matrice calviniana e, infine, mi è parso troppo debole nella definizione della propria identità.
Non è un film per famiglie propriamente detto, visti i temi che affronta nel terzo “atto” (la maturità di Oscar). Ma contiene semplificazioni troppo puerili, perché possa considerarlo come una vera favola per adulti.
Infine, l’insistita ricerca del revival mi ha lasciato abbastanza perplessa (tra l’altro, nota assolutamente personale, la sigla cantata da Cristina D’Avena della serie tv animata di Batman, quel gioiellino dell’animazione seriale firmato da Bruce Timm nei primi anni Novanta, è una delle più discutibili del periodo A. Valeri Manera, concedetemelo).
In conclusione, mi sono domandata: perché introdurre l’elemento fantastico, se non ha dirette e, più che altro, permanenti conseguenze narrative e atmosferiche sul racconto?

Tra le note negative, secondo me, c’è anche la scarsa credibilità di Elio Germano in versione adolescente, che, pure, non difetta affatto nella fase successiva della vita del protagonista, confermandosi il bravo attore che è.
A proposito degli interpreti, a tratti l’esordiente Jennifer Brokshi (Agata bambina) mi è piaciuta molto, con quella faccia da birba a cui mancano i denti davanti e il suo allegramente affettato “Buongiorno, signora”.

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