Recensione su L'uomo che verrà

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la normalità del male / 4 marzo 2011 in L'uomo che verrà

La terra suda nebbia, gli alberi si agghindano di neve e le lucciole danzano nella notte. E’ la terra montana e i suoi boschi che raccolgono la storia di una piccola quotidianeità cadenzata dai raccolti, dall’avvicendarsi delle stagioni, dal passaggio degli uomini. E questi uomini vivono, non c’è altro da dire. Cosa accade nel frattempo è l’irrompre della Storia.
Diritti compie un piccolo capolavoro: ritaglia un racconto corale mai staccandosi dai suoi protagonisti e nello stesso tempo ci dice tutto sulle donne che cercano nuova vita in città; del fascismo che impone regole ai contadini impedendogli di migliorare se stessi, togliendo loro la libertà; ci dice tutto del rapporto degli uomini con gli uomini e con la religione (straordinaria la scena del “nonno” che seppellisce le statue dei santi, morti, muti, impotenti all’eccidio mentre il nipote viene battezzato dal sacerdote del paese caritatevole e coraggioso), ci dice tutto sul male con pochissime parole, siamo ciò che ci hanno insegnato ad essere.
La cornice del film è il mutismo della protagonista segnata dalla morte di un fratellino, un silenzio che assiste alla piccola resitenza agli eventi, alle ruberie, ai bombardamenti, all’arrivo di ragazzoni che inizialmente pagano per gli alimenti e poi portano via tutto, alla morte che si insinua in punta di piedi per poi avvolgere ogni spazio delle case e dei boschi. ED è un mutismo che alla fine si spezza per consolare, cullare, avere cura del bambino che nulla ha visto, come se tutta la desolazione a cui lei ha assistito la porti a cercare di costruire almeno un presente migliore al bambino appena nato (sul futuro…beh!).
Gli attori sono straordinari, bravissimi, i campi lunghissimi sono innamorati dei luoghi, la ferocia non è mai il fine di nessuna inquadratura di un film che racconta una strage e lo fa senza nessuna concessione. Bello, bello anche nel raccontare i tedeschi e i partigiani, gli uni inquadrati nella loro umanità perduta e nelle loro facce da adolescenti soli, gli altri presi dall’ardore della battaglia e dal suo orrore, appena toccati dalla politica.
Da vedere in ogni caso

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