Recensione su L'Universale

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Una bella sopresa / 10 Maggio 2016 in L'Universale

L’Universale è un vecchio cinema di Firenze, attivo sin dagli anni settanta, che testimoniava un particolare modo di vivere il cinema. Erano i tempi delle radio libere, dell’impegno politico, del libertinismo. Ma erano anche i tempi di un vivere sociale fatto soprattutto di parole e di frequentazioni: così andava avanti il cinema Universale, con i suoi personaggi simbolo e una particolare interattività tra lo schermo e gli spettatori. Lo sfottò era di prassi, così come le battute, tanto da diventarne caratteristica preponderante alla visione del film, caratteristica che non perderà mai nel corso degli anni. A questo cinema sono legate alcune storie di vita, in particolare quelle di tre ragazzi: Tommaso (figlio del proprietario, colui che prenderà in mano le redini a tempo debito), Alice (l’effervescente figlia di un artigiano della zona con il dono della battuta sempre pronta) e Marcello (figlio di un inflessibile comunista che al cinema ci va solo per vedere John Wayne e le sue camminate sul grande schermo, che puntualmente lo commuovono).
Oltre a raccontare un’autentica storia di resistenza e località (inteso come ‘essere locale’), “l’Universale” è anche un racconto nostalgico, romantico e bizzarro nel suo modo di far convivere personaggi caratteristici ma anche un po’ di fantasia, in un connubio che strizza l’occhio al cinema di Wes Anderson, senza mai cadere nella tentazione di scimmiottarlo. Si perché nel film di Micali si sente una profonda umanità, un solco tracciato dalle interazioni sociali che è nel medesimo istante storia italiana e di paese, con uno sguardo vicino alle peculiarità fiorentine ma dal respiro ampio, universale appunto. Come satelliti i tre personaggi principali sviluppano le loro vite diramandosi, talvolta disperdendosi, ma sempre a partire dalla sala in cui sono cresciuti, con Tommaso che, tra i tre, più rimarrà vicino al suo cinema, e sarà lì ad aspettare i suoi compagni ogni qualvolta faranno ritorno, a riposarsi dalla fame di esperienze (Alice) o dalla strenua lotta politica (Marcello).
Il film di Micali è tutto questo e altro ancora; non solo tributo passionale, ma anche narrazione verace e sincera, attraverso un cinema di qualità nella regia che osa dare un tono, mai facendosi supponente. Una fotografia poco contrastata acuisce quel senso di ricordo e di passato che i costumi sanno perfettamente ricreare, anche esagerando, per meglio accentuare un carattere che è anche onirico.

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