Recensione su Lucy

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10 Marzo 2015

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Besson, come del resto nel suo bagaglio esistenziale di regista, sceglie un personaggio femminile per diffondere un concetto, tecnicamente legato al mondo delle neuroscienze, ma complementare a questo, in cui la componente emotiva gioca un ruolo fondamentale.
Tralasciando gli aspetti puramente scientifici, che hanno come unico scopo quello di rendere comprensibile anche un tema decisamente complesso, come quello dello sviluppo del potenziale cerebrale, si può evincere una critica silenziosa al genere umano, sempre più ossessionato dalla tecnologia, e non più viaggiatore proteso alla scoperta di se stesso. Perché in fondo cosa comporterebbe un aumento esponenziale della rete neuronale, se non a un rapido calcolo delle proprie capacità, in relazione all’ambiente che ci circonda?
Besson, nel farlo, calca un po’ la mano, rendendo un semplice modello di comportamento, un’eroina, forse per dare risalto alla banalità e al facile effetto della spettacolarizzazione, ma non si allontana mai dal suo percorso, e la sequenza finale ne è un classico esempio.
Come Jonze, come Brooker in alcuni episodi di Black mirror, il regista lancia un messaggio, ma rispetto a questi ultimi lo cela dietro l’aspetto edulcorato dell’immagine, della forma.
Si potrebbe dire, in base al responso del pubblico, che abbia fallito il suo intento, ma io credo che l’abbia solo rafforzato, in quanto esemplificativo di un sistema che cura l’involucro e non il contenuto.
In merito poi all’ilarità mossa dal finale, credo che per quanto possa apparire divertente ( e non lo nascondo ), in realtà la protagonista non assume il mero aspetto di una chiavetta usb, in quanto è ovunque nel mondo, a contemplarlo. Quello che lascia è solo il suo background culturale, quello che è riuscito ad imprimere nel suo intelletto attraverso il suo viaggio.

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